Bassa, la costringeva a fare sesso in sedia a rotelle: condannato per violenza e maltrattamenti

Il marito riconosciuto colpevole: 5 anni di reclusione. Le minacce e le sevizie alla moglie erano durate un anno

BASSA. È stato condannato a cinque anni di reclusione e a una provvisionale (per danni biologici e morali) di 90mila euro per aver maltratto e violentato la moglie 54enne costretta in sedia a rotelle dopo un incidente. Il marito di 55 anni rischiava una pena molto più severa: non solo perché i reati contestati sono gravi – maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale continuata e aggravata dal vincolo coniugale – ma anche perché questa vicenda ha contorni terribili. Terribili e indubbi, visto che la moglie ha registrato i dialoghi – nell’abitazione e perfino in auto – poi finiti agli atti, incastrando per bene il suo aguzzino.

Il rapporto – già compromesso dalla gelosia – tra i coniugi, residenti in un Comune della Bassa, precipita nel periodo compreso tra l’ottobre 2018 e l’agosto 2019: quasi un anno durante il quale la donna, non in grado di camminare per i postumi di un incidente, è costretta a stare in casa prima in sedia a rotelle e poi in stampelle. Una convalescenza che si trasforma in un incubo: anziché darle supporto, il marito si trasforma in una sorta di aguzzino che approfitta della situazione. Le prime minacce psicologiche (tendenti all’ossessivo) del marito riguardano la sua capacità di controllarla e farle del male se avesse frequentato altri uomini. «Se mi vieni a fare le corna vicino al letto vedi che ti taglio con la motosega, ti butto in fondo a un pozzo», dice lui.


«Ma se non esco neanche più! – replica lei –. Te lo vuoi inventare tu il tradimento per farmi del male? Ti dovresti vergognare, che dopo l’incidente me ne hai fatte di ogni!».
Il consorte l’avrebbe perfino fatta abortire, dopo l’arrivo di un secondo figlio tanto atteso. La donna recrimina le condizioni della casa, un rudere che il marito avrebbe dovuto ristrutturare: invece lo stabile è senza riscaldamento, con i topi che scorrazzano sulle coperte, il bagno indecente, le finestre che si chiudono con il cacciavite. «Sei una rompicoglioni», replica lui.

Secondo il marito, le condizioni della consorte sono dovute al fatto che lei è «una scimunita», «una rimbambita»: «Tu sei infortunata per essere una deficiente». Al contempo il 55enne la umilia raccontandole dettagli della sua vita sessuale e intima con altre donne, invitandola a procurarsi un lavoro andando a pulire i pavimenti delle sue presunte amanti. Poiché lei non è autosufficiente fisicamente ed economicamente, il ricatto è di non far finire gli studi al figlio: «Non fai niente», «dammi il bancomat», «mi licenzio così finiamo sotto un ponte». Tanto che lei ha paura «anche di andare al bar, per timore che veda lo scontrino».

Gli scatti d’ira, oggetti scagliati per casa e schiaffi si alternano a richieste di perdono. Ma è sulle pretese sessuali il punto di rottura: il marito violento pretende rapporti «almeno cinque volte alla settimana» e, di fronte al diniego della consorte, usa la forza, la immobilizza con le braccia dietro la schiena, la tira per i capelli e per le orecchie, le tappa la bocca. «Ti scasso o ti ammazzo». Di fronte alle proteste di lei («perché mi costringi a fare queste cose?») e all’ipotesi di separarsi, lui da un lato fa lo sbruffone («non hai ancora capito chi sono», «sono un carabiniere», «la legge sono io, non il giudice»), dall’altra spiattella la sua “filosofia”: se lei vuole da mangiare, deve «dormire senza mutandine e farsi s... tutte le sere»; «facciamo quello che dobbiamo fare»; «mi dovresti ringraziare».

«Ha fatto di me un burattino, una bambolina sessuale», commenta in seguito lei. «Mi sono ridotta a una larva, non ho più voglia di fare niente, né di studiare, né di lavorare. Non mi trucco più, non mi sistemo più, non compro più nulla. Mi faccio schifo».

La 54enne sopporta e sopporta ancora, «per vergogna del mondo intero e soprattutto per mio figlio», finché trova il coraggio di ribellarsi, andare in caserma, rivolgersi alla Casa delle Donne. «Ho un colpo di nervi, incomincio a piangere e a gridare: basta con le tue violenze, non ti sopporto più, basta».

La legge alla fine ha raggiunto il marito-padrone. A fronte di una richiesta, avanzata dal pm Marco Marano, di 7 anni e 4 mesi, il tribunale collegiale presieduto da Cristina Beretti (a latere Giovanni Ghini e Silvia Semprini) ha sentenziato: cinque anni.

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