«Il Po a livelli estivi: per l’agricoltura sarà una calda estate»

Uno scatto di marzo del fiume Po del fotoreporter naturalista Paolo Panni

Il presidente della Cia Lorenzo Catellani su siccità e cambiamento climatico. «Servono i grandi invasi. Il fiume è diventato un torrente»

GUASTALLA. «Ci aspetta un’estate calda sotto tutti i punti di vista. La pioggia ha portato un po’ di beneficio nell’immediato e il livello del Po è salito, ma il più grande “invaso” che il nostro territorio ha a disposizione è la neve, che però cade sempre meno sulle Alpi e quando lo fa si scioglie rapidamente a causa delle temperature elevate. Per queste ragioni, noi agricoltori siamo preoccupati».

Lorenzo Catellani, presidente da febbraio della Confederazione agricoltori italiani di Reggio Emilia, interviene sul tema della siccità e dei cambiamenti climatici, sempre più al centro del dibattito pubblico.


«Il 2021 è stato un anno molto siccitoso e 120 giorni senza pioggia significa che di fatto abbiamo perso le precipitazioni dell’inverno. Per fortuna la pioggia delle scorse ore ha dato un po’ di sollievo, in un periodo tra l’altro molto delicato per tante coltivazioni» commenta.



In questi giorni si osserva nei campi una esplosione di vita e di colori. Il verde degli alberi è molto acceso, i fiori sono spuntati copiosi e la vegetazione è lussureggiante. Le sterparglie e il grigiore delle settimane precedenti sembrano solo un lontano ricordo e tutto questo ricorda, se mai ve ne fosse bisogno, quanto l’acqua sia importante per i nostri ecosistemi.

La portata del fiume Po viene seguita con grande attenzione da chi lavora la terra. «L’agricoltura reggiana beneficia da sempre del Po. Purtroppo, da tempo il fiume ha iniziato a comportarsi come un torrente e anche le recenti precipitazioni non hanno cambiato il fatto che il fiume ora ha un livello estivo. Questo ci induce a essere preoccupati per i prossimi mesi».

Il presidente della Cia di Reggio Emilia illustra le strategie adottate dal settore agricolo per reagire al cambiamento climatico. «In primo luogo, l’irrigazione è diventata molto più efficiente. Si è passati ad impianti a goccia, che usano poca acqua in modo più frequente».

Un’altra risposta alle sfide del clima consiste nello scegliere varietà che hanno bisogno di meno irrigazione. Ma si tratta di una scelta che presenta dei pericoli. «In questi anni di siccità sono aumentate le cosiddette bombe d’acqua. Le specie vegetali che hanno radici più profonde e hanno bisogno di meno precipitazioni vengono danneggiate da questi fenomeni estremi».

Per quanto riguarda gli interventi infrastrutturali, la Cia approva le costruzioni di piccoli e medi invasi, ma non li ritiene sufficienti. «Si tratta di opere che danno un sollievo temporaneo, ma c’è bisogno di grandi invasi, con una grande portata per soddisfare le esigenze dell’agricoltura».

Alle problematiche del cambiamento climatico, ovviamente molto sentito dagli agricoltori, si unisce in questo periodo il conflitto in Ucraina e la chiusura del mercato russo.

«Il conflitto e fenomeni speculativi hanno portato a un aumento esponenziale di molti prodotti importati, ad esempio cereali e mangimi. Questo significa che oggi per produrre il latte i costi sono saliti del 50% e questo si ripercuote sul Parmigiano Reggiano». A metà marzo il presidente era intervenuto sul rincaro del mais. Dieci anni fa l’Italia produceva l’80% del granoturco di cui ha bisogno, mentre ora appena il 50%. Il crollo vertiginoso è dovuto «al drastico calo della redditività che ha costretto tante aziende a chiudere o, nel migliore dei casi, a cambiare prodotto».

Tra cambiamenti climatici e tensioni internazionali (non solo quelle legate alla guerra), l’agricoltura e il settore agroalimentare non navigano in acque tranquille e per questo è quanto mai necessario che le scelte strategiche, ad esempio quelle sugli invasi, siano oculate.

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