Perseverance, sarà battaglia su più fronti

Le accuse sono su prestanome, false testimonianze ad Aemilia, un’arma illegale e minacce per dei beni in vendita

REGGIO EMILIA. Il collegio giudicante non è ancora definitivo, quindi ieri – in tribunale – si è solo aperto il filone giudiziarIo reggiano di Perseverance (legato all’ennesima inchiesta contro la ’ndrangheta emiliana) che coinvolge i nove imputati rinviati a giudizio e che hanno optato per il rito ordinario.

Un’udienza rapida, presieduta da Simone Medioli Devoto, con la prospettiva di entrare nel vivo fra nove mesi. In poco più di un’ora è stato comunque incardinato il procedimento alla presenza di tutti gli avvocati difensori, di un solo imputato e dei legali delle parti civili (la Regione, la Provincia, i Comuni di Reggio Emilia, Gualtieri, Cadelbosco Sopra, Libera, la Cgil Emilia-Romagna, la Cisl Emilia-Romagna, la Uil Emilia-Romagna, la Cgil di Reggio Emilia).

All’orizzone si pongono delle questioni preliminari già anticipate da alcuni difensori relativamente ad alcune costituzioni di parte civile. L’accusa è sostenuta dalla pm antimafia Beatrice Ronchi che su questa articolata operazione si è già espressa nel gennaio scorso in udienza preliminare a Bologna, quando ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 48 imputati (in 39 hanno scelto la strada dei riti alternativi – abbreviato o patteggiamento – mentre gli altri 9 alla sbarra intendono difendersi nel rito ordinario apertosi ieri nel nostro tribunale). Il magistrato della Dda di Bologna ha parlato di cosca emiliana che “persevera” (da qui il nome dato all’inchiesta che ha avuto i momenti clou in marzo ed ottobre 2021)nonostante i continui arresti, rimarcandone gli aspetti salienti: il riposizionamento delle famiglie reggenti, i rapporti di potere in carcere, le false testimonianze in aula, la girandola di prestanome per le fatture false, i tentativi di occultare beni spesso milionari.

Nel procedimento che concretamente si avvierà nel pomeriggio dell’8 febbraio dell’anno prossimo quali saranno i temi-chiave secondo l’accusa?
Non manca l’intestazione fittizia di una società ad un prestanome, con oggetto sociale la gestione di sale scommesse, sale slot machines, internet point, copisteria. Per la Dda il vero titolare è un boss e c’è l’aggravante di aver agito al fine di agevolare l’attività del clan ’ndranghetista. In questo solco gli inquirenti collocano anche un contratto di locazione fittiziamente intestato ad una persona (tirano in ballo pure un immobiliarista) per nascondere il vero affittuario in odore di mafia. Si affronterà anche il versante sempre da brivido di un’arma illegale che per chi ha indagato era a disposizione della cosca.

Si riparlerà anche del maxiprocesso Aemilia di primo grado – tenutosi nell’aula-bunker di Reggio Emilia – relativamente all’accusa di falsa testimonianza che riguarda un imputato e la sua deposizione sulla titolarità delle quote di una società che per l’accusa faceva capo ad affiliati del clan. Stesso discorso per un altro imputato e le sue parole sempre nell’aula-bunker come testimone: gli vengono attribuite contraddizioni ed affermazioni fasulle dalla pm Ronchi. Infine il tentativo inquadrato dagli investigatori a suon di minacce mafiose per “turbare” la gara per la vendita di cospicui beni – con tanto di accordi intercettati in carcere – facendo desistere chi ne era interessato.

Insomma, si prospetta una battaglia legale in aula non indifferente su queste imputazioni aggravate dal metodo mafioso.

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