Il Lambrusco tra incognite legate all'aumento dei costi e opportunità

Al Vinitaly gli operatori hanno discusso delle sfide del settore. Marco Fasoli di Emilia Wine: «È il momento delle scelte»

REGGIO EMILIA. Si dice spesso che i momenti di crisi sono anche un’occasione di crescita. Tutti concordano, anche se nei fatti non è semplice mettere in pratica questa lezione. Vale anche per il settore enologico, che in questi giorni si è ritrovato a Verona per il Vinitaly.

«Il sistema vino italiano è reduce da un periodo di crescita costante – dice Marco Fasoli, direttore commerciale e marketing di Emilia Wine, cooperativa di cui fanno parte Casali Viticultori e le cantine di Arceto, Correggio e Prato di Correggio - Adesso ci sono molti problemi, legati all’aumento delle materie prime e al costo dei trasporti. Dobbiamo guardarci in faccia per trovare le soluzioni, aumentare lo spirito d’accoglienza in azienda, avere manager sempre più preparati e offrire le maggiori competenze che il mercato richiede». Ecco, dunque, le opportunità, che però si presentano in mezzo a un mare di difficoltà. «Se ragioniamo giorno per giorno rischiamo di essere terrorizzati. Anche qui ci vuole capacità di analisi. Noi, ad esempio, ad ottobre abbiamo iniziato ad aumentare il magazzino per fare fronte alla scarsità delle materie prime. Bisogna però guardare in prospettiva, rendersi conto che il Lambrusco ha un futuro perché si accompagna benissimo alla cucina italiana, che nel mondo è in crescita. Il consumatore apprezza la semplicità e l’attenzione alle materie prime della nostra gastronomia: la freschezza del Lambrusco, con il suo basso grado alcolico e la base acida, è vincente. Certo, dovremmo tutti andare nella stessa direzione ed evitare di esportare bottiglie a un costo di zero euro virgola…». Anche perché il costo di un container per gli Stati Uniti è passato da tremila euro a novemila e dunque se lo si riempie di vino a buon mercato il rischio è quello di non coprire i costi.


Emilia Wine non ha subito alcun contraccolpo dalla guerra in Ucraina, ma molte altre aziende reggiane e modenesi sì. «La Russia è un mercato in rapida espansione, con tassi di crescita a due cifre all’anno – dice Claudio Biondi, presidente del Consorzio Tutela Lambrusco – Alcuni operatori hanno fatto investimenti molto importanti, anche a livelli di comunicazione. Dobbiamo pertanto puntare su mercati alternativi, anche se non sarà semplice. In Cina, ad esempio, non siamo conosciuti. Come Consorzio siamo pronti a iniziative in presenza in Nord America, Messico e Brasile».

La crisi generale pone il vino emiliano di fronte a una sfida importante: quella di continuare ad aumentare la qualità e fare in modo che il consumatore la riconosca.

«Da questo punto di vista posso confermare che il Lambrusco è davvero stato sdoganato su molti mercati», dice Alessandro Medici, di Medici Ermete. L’azienda di Gaida ha una presenza importante in Russia, Ucraina e Bielorussia, ma le sue esportazioni sono comunque rivolte a molti paesi. Lini 910 di Correggio, che negli Stati Uniti conosce da anni un crescente successo, conferma che il Lambrusco ha le carte in regola per imporsi ovunque, a patto di sapere lavorare con dedizione e serietà.

Il Vinitaly che si è chiuso mercoledì ha registrato un calo di visitatori rispetto al passato, dovuto soprattutto agli strascichi della pandemia. Gli organizzatori dell’evento parlano di fortissima contrazione degli arrivi da Cina e Giappone, oltre ovviamente dalla Russia. «In compenso, conclude il presidente del Consorzio Biondi – i consumatori sono sempre più attenti e informati e questa è una tendenza che dobbiamo cogliere».

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