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La Cgil di Reggio Emilia sul caro-bollette: «Si apra un confronto»
 

Sesena, segretario della Camera del lavoro: «Il dialogo sociale non è un fastidio». Dall’antifascismo alla guerra, il bilancio del primo anno alla guida del sindacato 

 

REGGIO EMILIA. Pandemia, guerra, caro bollette, costi delle materie prime. E le inevitabili ricadute di questo scenario su lavoratori e lavoratrici reggiane. Sono i temi all’attenzione di Cristian Sesena, che ha appena superato il giro di boa del suo primo anno alla guida della Camera del Lavoro reggiana.
 
Segretario, da un anno guida la Cgil di Reggio. Un bilancio?
 
«È stato un anno pesante e impegnativo. Abbiamo fatto tanto e, nel fare assieme, abbiamo provato a superare divergenze e personalismi. L’iniziativa per i 120 anni al Malaguzzi è stata un momento importante, l’apposizione di una targa commemorativa dell’assalto fascista del 1921 a palazzo Ancini un atto di grande valenza simbolica. Sabato 23 alla presenza tra gli altri di Maurizio Landini inaugureremo al Capannone 18 delle Reggiane una grande mostra fotografica sulla storica occupazione del 1950: una scelta per ricordare che quello spazio, sempre al centro del dibattito fra innovazione e degrado, è stato incubatore di diritti e valori che hanno consolidato il senso di comunità che ci ha contraddistinto come reggiani».
 
Non le mancano le grandi vertenze nazionali con la Filcams?
 
«Ad essere sincero come l’aria. Mi sono formato sui tavoli di trattativa, ho gestito vertenze importanti, mi manca il rapporto con i delegati. Ma in Cgil sei sempre al servizio e costantemente “di passaggio”: vai dove l’organizzazione ti chiede e devi essere sempre a disposizione. O almeno dovrebbe essere così».
 
La Cgil reggiana veniva da un “commissariamento”. Si è ricomposta la frattura?
 
«Non si è trattato di un commissariamento, ma di una fase di decantazione affidata a un segretario che veniva da un altro territorio. Era necessaria per provare a riprendere i fili di una discussione interrotta bruscamente durante lo scorso congresso. Ora la situazione è nettamente migliore anche se non tutti i problemi sono risolti e altri ne potranno nascere. Io costantemente provo a lanciare messaggi di coesione, sacrificio delle aspettative individuali in nome di un bene più alto, quello della nostra Camera del Lavoro. Sta ai singoli raccoglierli ricordandosi che questo è un lavoro in cui si deve sempre anteporre alla dimensione dell’io quella del noi».
 
Reggio può vantare la figura di Landini. Pensa che possa essere la figura giusta per rilanciare i diritti dei lavoratori?
 
«Non serve girarci intorno, il sindacato è in crisi come tutta l’idea di rappresentanza collettiva. I partiti politici non sono più radicati nei territori, rincorrono consenso effimero sui social mentre la politica agìta è nelle mani di un governo presieduto da un tecnico. Il sindacato però in sé ha strumenti per rigenerarsi: va nei posti di lavoro, ascolta l’opinione dei lavoratori, a loro è chiamato a render conto. Solo estendendo l’uso della pratica democratica e puntando sulla partecipazione attiva delle persone al futuro il sindacato può stare al passo coi tempi. Landini penso ci stia provando seriamente, ma noi siamo un’organizzazione orgogliosamente collettiva e le buone idee devono imporsi a prescindere da chi le incarna e veicola. Se basassimo le nostre scelte su un leader anziché un altro non saremmo diversi da tante formazioni politiche che crescono o declinano a seconda di chi le guida. E invece siamo qua da 120 anni».
 
La pandemia ha reso necessario affrontare situazioni inedite come smart working o Green pass, su cui la Cgil è stata spesso accusata di una sorta di ambiguità. Rivendica queste posizioni? 
 
«Lo smart working, aldilà dello tsunami esistenziale caduto addosso a milioni di lavoratrici e lavoratori nel marzo-maggio 2020, è stato disciplinato bene sul piano contrattuale. Il recente accordo col ministro Orlando segue a tantissimi accordi aziendali prodotti in aziende e gruppi. Le imprese però mi paiono tornate timide: il tema novecentesco di poter controllare direttamente la prestazione lavorativa pare contare di più della spinta verso un cambio di paradigma che, se governato, potrebbe portare benefici a tutti. Rispetto al Green Pass continuo a ritenerlo un obbligo vaccinale mascherato: introdurre l’obbligo per legge, come chiedevamo, avrebbe comportato fibrillazioni insostenibili nella maggioranza. Sull’accusa di ambiguità, sfido chiunque a trovare nel quotidiano una linea di equilibrio sostenibile fra diritto al lavoro e alla salute quando vengono scientemente messi in contrapposizione da chi ci governa. Abbiamo più di 5 milioni di iscritti, più di 100mila solo a Reggio: la stragrande maggioranza ha fatto la scelta responsabile di vaccinarsi. Di fronte a un’emergenza senza precedenti bisognava assumere una linea netta senza la pretesa di accontentare tutti. Detto ciò abbiamo rispettato le scelte di chi consapevolmente non si è vaccinato e per quanto possibile abbiamo cercato di non lasciarlo solo». 
 
Ora c’è la guerra in Ucraina. Come si schiera la Cgil?
 
«La Cgil è una organizzazione convintamente pacifista. Siamo di fronte a un Paese che aggredisce un altro Paese. Stiamo dalla parte di chi è aggredito a partire dalle popolazioni civili, sempre le prime a pagare di fronte a conflitti che hanno ragioni profonde e spesso economiche. Ci fregiamo del titolo di costruttori di pace: stiamo coi lavoratori e i lavoratori con la loro intelligenza e le loro mani costruiscono e non distruggono. Ora siamo in prima linea sul fronte accoglienza. Credo che però rifornire le armi agli ucraini non sia il miglior modo di uscirne; serve forse ad ovviare al fatto che come Ue e direi anche come Onu non si riesca più a giocare un ruolo di facilitatori di dialogo auspicabile. Si sta delineando un nuovo scacchiere internazionale con nuove aree di influenza contrapposte. Noi rispondiamo con la scelta faticosa dell’internazionalismo».
 
Si prospetta un’economia di guerra. Che ruolo può giocare il sindacato?
 
«La Cgil ha avanzato proposte chiare al Governo lo scorso 7 aprile, dalle politiche industriali, alla destinazione dei fondi Pnrr, al problema abitativo al fisco. Sul fisco è il momento di misure straordinarie che impongano un contributo di solidarietà a redditi e patrimoni ingenti. C’è una sorta di pudore nel pronunciare anche a sinistra la parola “patrimoniale”. Lo trovo ridicolo. Chi più ha, soprattutto nelle situazioni più gravi, deve contribuire di più altrimenti a pagare sono sempre i soliti noti. Lo dice la Costituzione. C’è un problema di metodo: Draghi ci informa a decisioni assunte e non va bene. Senza il coinvolgimento preventivo delle parti sociali non può esserci condivisione, ma una nuova fase di mobilitazione».
 
Caro Bollette e costi delle materie prime sono una nuova emergenza. Come valuta ciò che sta facendo il governo?
 
«Non sta facendo abbastanza più che altro in termini di visione. Mancano politiche industriali degne di questo nome, manca un disegno strategico credibile e socialmente sostenibile sulla transizione energetica, non c’è traccia di misure per contrastare la precarietà dilagante del mondo del lavoro, dove è diventato normale lavorare ed essere poveri allo stesso tempo. Il caro energia è un problema la cui soluzione prevede che tutti facciano la loro parte. Sul piano locale è possibile aprire un confronto serio sui dividendi Iren e capire se e quanto di queste ingenti somme possono essere usate per alleviare la pressione su famiglie e cittadini? Leggere di bilanci record e famiglie che non riescono a pagare il riscaldamento crea frustrazione. Certi segnali non vanno ignorati. La rabbia stratifica. Spendere una spiegazione in più anche su temi impopolari non è tempo perso».
 
Lei è tornato a Reggio dopo 12 anni. Come l’ha trovata?
 
«Non mi sono mai veramente allontanato. Ho fatto il pendolare ogni settimana per 12 anni. È una città segnata da trasformazioni sociali non sempre lette con le giuste lenti. La pandemia ha lasciato ferite. Il fenomeno baby gang dice che qualcosa si è rotto, nelle famiglie, a scuola. Il tema dell’integrazione può dirsi compiuto? Credo non sia così, come quanto accaduto alle Reggiane testimonia. Sicuramente ora è una città meno attiva sul piano politico. I giovani hanno altri interessi, magari nel volontariato, ma non ritengono la cosa pubblica di loro pertinenza. Di converso esiste un’emergenza anziani destinata a peggiorare. Sanità e assistenza pubbliche, nostro fiore all’occhiello, rischiano di venire logorate se non si capisce il valore che è dato dalle condizioni di chi vi lavora cui dipende la qualità dei servizi».
 
Com’è il rapporto con le istituzioni locali, Comuni e Provincia?
 
«Dialoghiamo su diversi tavoli. Le convergenze non mancano, qualche volta incontriamo incomprensioni fisiologiche e una certa difficoltà a stringere su temi per noi prioritari. Sto parlando di tempi che si allungano per consolidare un’intesa o insediare una cabina di regia su cui in teoria siamo tutti d’accordo. C’è rispetto e riconoscimento del ruolo. Le maggiori difficoltà le registriamo con i Comuni della Bassa, con qualche lodevole eccezione. A prescindere dai singoli casi, i Comuni tutti dovrebbero capire che il dialogo sociale è un’opportunità e non un fastidio. Noi ci stiamo puntando con convinzione. Vogliamo tutelare i lavoratori anche fuori dai luoghi di lavoro. Proficuo il confronto con la Provincia, consolidatosi nei mesi difficili della pandemia».
 
Reggio ha davanti grandi sfide. Una di queste è ambiziosa: Silk-Faw. Opportunità o errore?
 
«Silk-Faw può essere un’opportunità se la città la vive come tale, se i processi sono partecipati, i cittadini coinvolti, se l’arrivo di questo colosso diventa occasione di sprovincializzarsi per chi ospita e non di colonizzazione industriale per chi sbarca. È chiaro che ritardi, disguidi, rumors gettano un’alea di precarietà. Abbiamo avuto modo di incontrare la dirigenza nei mesi scorsi: l’approccio è stato costruttivo, molte idee innovative, volontà dichiarata di creare buona occupazione. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti, a partire dalle tante assunzioni promesse e non ancora realizzate. Attendiamo in tal senso una convocazione».
 
I fondi Pnrr sono destinati a cambiare il volto di Reggio. Ma dove ci sono soldi spesso si insinua l’illegalità. Pensa che il contrasto all’illegalità sia solido?
 
«Intanto sarebbe utile capire qual è il volto che si ha in mente della Reggio che verrà, perché almeno a noi non è stato spiegato, e che impatto avrà l’emergenza bellica sulla destinazione dei fondi. Per noi è prioritario valutare quanto saranno in grado di creare buona occupazione. Sulla legalità rischio di essere un disco rotto e risultare antipatico ma c’è una tendenza a minimizzare, a rimuovere che non mi piace. Il numero di interdittive prodotte dalla Prefettura nei primi mesi dell’anno è considerevole. Non bastano sportelli di autodenuncia o fiaccolate a risolvere un problema innervato e che, anche se latente, continua ad esistere. Bisogna fare cultura, andare nelle scuole, spiegare cosa è stato Aemilia per questa comunità, cosa è successo a Brescello. Avremmo tutti voglia di dire che il problema non esiste più ma sappiamo che non è così e bisogna continuare a combatterlo».
 
Vede anche a Reggio un’allerta neofascista?
 
«Se quasi il 70% dell’elettorato non si reca a votare per eleggere il proprio sindaco, come accaduto in molte città, vuol dire che i cittadini hanno perso fiducia e lasciano un vuoto che può essere colmato da chi la democrazia mira a calpestarla. All’indomani del vile assalto alla nostra sede di Roma ci aspettavamo che il parlamento agisse per sciogliere Forza Nuova, ma non l’ha fatto. Una certa destra tutt’altro che minoritaria continua a flirtare con gruppi che trovano normale chiamarsi patriota o camerata. Se non si chiudono i conti con quel passato, il fascismo, magari camuffato da movimento dei forconi o infiltrato fra i no-green pass, continuerà a nutrirsi di disagio e rabbia acritica, anche per colpa di una certa sinistra che si limita a giudicare senza provare ad ascoltarli. Reggio è a rischio come il resto del Paese. Per questo l’Anpi non è superata e va difesa, soprattutto in questo periodo in cui viene attaccata quasi quotidianamente».
 
Come vanno i rapporti con Cisl e Uil? Ultimamente con la Cisl le posizioni sono state distanti…
 
«Lo strappo a livello nazionale c’è stato e continua ad essere complicato da gestire. Sul piano locale questa spaccatura non si sta ripresentando: gestiamo assieme i tavoli in cui siamo impegnati.Ci riconosciamo le autonomie ma sappiamo quando arriva il momento di metterle da parte».
 
Il Primo Maggio si torna in piazza: si scende uniti? Pensa possa realizzarsi quel sindacato unico prospettato da Landini?
 
«Torneremo in piazza e sarà un Primo Maggio dedicato alla Pace in cui proveremo a vivere una nuova normalità dopo due anni di limitazioni forzate. Ci sarà il corteo, la banda e un concerto con un artista importante di cui non faccio il nome perché stiamo definendo i dettagli con i colleghi di Cisl e Uil. Vogliamo regalare a Reggio un pomeriggio di serenità e partecipazione. Spero col cuore che Reggio risponda. Il sindacato unico può solo partire dal basso, non può essere una fusione a freddo di apparati. Lo devono volere con forza i lavoratori. Più realisticamente si può puntare a una unità di intenti e programmi pur nella diversità di storie e tradizioni. Sarebbe già un bel risultato, per nulla scontato».
 
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