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Scandiano, sorpreso dal don gli buca le gomme. Condanna a 4 mesi per un 50enne

Aveva cercato di entrare in canonica a Ca’ de Caroli. La difesa: «Era ubriaco, è stata solo una bravata»

SCANDIANO. Quasi tre mesi fa un episodio inquietante aveva riacceso i riflettori su Ca’ de Caroli e la sua chiesa dopo che a fine agosto era già stata presa di mira da atti vandalici sacrileghi. Anche se l’11 gennaio più che l’edificio religioso era stata la canonica quella presa di mira.

Serata movimentata


Uno scandianese 50enne era stato sorpreso dal parroco mentre tentava – di sera – di entrare in canonica, da qui l’allarme lanciato ai carabinieri che hanno impiegato poco tempo ad identificare ed arrestare il responsabile. Come ricostruito dai militari – coordinati nelle indagini dal sostituto procuratore Giacomo Forte – il 50enne era stato visto armeggiare a un infisso e una volta scoperto, invece di allontanarsi intimava al parroco di consegnargli dei soldi, per poi andarsene sempre più nervoso, lasciandosi andare a vandalismi, forando le gomme della macchina del sacerdote, don Quirino Bertoldi, e rompendo il parabrezza dell’auto di un cittadino, parcheggiata nei paraggi.

I due vandalismi sono di difficile interpretazione: si può infatti ipotizzare che quest’uomo si sia sfogato sulle auto per la mancata riuscita del colpo, oppure che volesse impedire di essere seguito e poi bloccato (ciò giustifica gli pneumatici forati della macchina del prete, ma non l’essersi accanito sull’altra vettura).

Comunque sia, si delinea la doppia accusa: violazione di domicilio e danneggiamento.

Fatti ammessi dall’arrestato che ha detto di aver agito da ubriaco e di essere andato in canonica per chiedere soldi e non per rubare.

Questa vicenda ha avuto, di recente, una conclusione dal punto di vista giudiziario davanti al giudice Chiara Alberti.

In udienza

Per le due imputazioni, la procura ha chiesto la condanna a un anno di reclusione. Essendo di fronte ad una confessione, l’avvocato difensore Giuseppe Migale Raniero ha fatto leva – nella sua arringa – ad aspetti tecnici: l’imputato è incensurato, il fatto non è grave, la richiesta delle attenuanti generiche: «Il mio assistito era ubriaco, è stata solo una bravata».

Una richiesta difensiva, finale, del minimo della pena che, in pratica, ha coinciso con quanto poi deciso dal giudice Alberti che ha emesso una sentenza di condanna a 4 mesi di reclusione (pena sospesa).



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