Gualtieri, dalla secca del Grande Fiume emergono i relitti bombardati

Uno dei relitti riemersi in una immagine scattata dal drone di Alessio Bonin, fotoamatore di Boretto

Gualtieri: all’Isola degli Internati spuntano le chiatte Ostiglia e Zibello costruite alla Giudecca. Servivano per il trasporto di prodotti agricoli, si inabissarono durante la guerra

GUALTIERI. Non piove ormai da mesi e il livello del Po si fa sempre più preoccupante, con livelli record – in negativo – che fanno temere per l’ecosistema e l’agricoltura. Un fiume così asciutto regala però anche la possibilità di ammirare relitti che, in tempi normali, sarebbero in gran parte sommersi dall’acqua, ma che in questo periodo sono invece quasi del tutto affiorati: è il caso delle bette “Ostiglia” e “Zibello”, che sono tornate alla luce nell’isola degli Internati, a Gualtieri.

Grazie alla poca acqua presente, ora si possono notare i dettagli delle due imbarcazioni che già si erano intravesti negli anni scorsi, come evidenziato dalle immagini scattate dal drone di Alessio Bonin, fotoamatore di Boretto che ha pubblicato sul proprio profilo Instagram delle splendide foto.


Le due bette portano con sé una storia che risale alla Seconda guerra mondiale. L’isola degli Internati ha questo nome perché, appena finita la guerra, il Comune di Gualtieri aveva deciso di affidare in gestione quel lembo di terra a quindici sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti. Qui, nelle acque del Grande Fiume, si possono ammirare i relitti di questi natanti che vennero bombardati dai tedeschi e che emersero nel novembre 2006, a seguito di un’altra grande secca che li fece riaffiorare. Ai tempi la ditta Bacchi Spa decise di tentare il recupero di una delle bette, ma lo sforzo fu reso vano dai troppi fori presenti sulla fiancata, responsabili dell’inabissamento della nave nel 1943. La “Zibello” e la “Ostiglia”, lunghe 55 metri e con una portata da 6mila quintali, vennero costruite nel cantiere della Giudecca a Venezia con metallo donato dall’Austria come debito di guerra. Erano adibite al trasporto di prodotti agricoli, di carbone e di massi destinati all’edificazione di infrastrutture.

Vista l’impossibilità di riutilizzare le navi e il ferro di cui sono costituite, il Comune decise di lasciarle dove sono affondate. Così, quando il fiume lo desidera, può ritrarre le sua acque, facendo riemergere questi giganti dal passato, per ricordarci che la storia d’Italia è passata anche per l’Isola degli Internati.

Andrea Vaccari

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