Reggio Emilia, «Non sottovalutare i segnali d’allarme. La guerra contro le mafie non è finita»

Lucarelli, presidente della Fondazione vittime di reati: «La letteratura contribuisce a far riconoscere questi fenomeni»

Evaristo Sparvieri

REGGIO EMILIA «Sulle mafie dobbiamo sempre tenere conto dei segnali d’allarme. Molte volte riusciamo a vincere certe battaglie di una guerra che comunque c’è ancora. E quindi non è che puoi pensare di aver finito». È gremito il ridotto del Valli per l’appuntamento di ieri di Finalmente Domenica con Carlo Lucarelli, tra i più amati autori di letteratura gialla e noir. Lucarelli è anche presidente della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime di reato, che nei giorni scorsi ha presentato dati allarmanti sopratutto in relazione alle vittime di violenza di genere. «È un fenomeno in crescita – afferma a margine dell’incontro – calano tutti gli altri reati ma violenza di genere e femminicidi rimangono, aggravati peraltro anche da situazioni come la pandemia».


Lucarelli, cosa si può fare per contrastare questi reati?

«Tante cose. Le leggi ci sono e per rispondere a questo tipo di reati c’è anche grande preparazione da parte delle forze dell’ordine. Uno pensa: “Benissimo, siamo a posto”. No, invece: continuano a esserci. Si può fare soprattutto una riflessione che parta dalla testa degli uomini, perché è lì che partono i reati. E quindi tutti noi uomini dobbiamo metterci lì e ragionarci, perché dobbiamo cambiare».

Si può parlare di emergenza?

«La cosa assurda è che si può parlare di emergenza, ma è un’emergenza continua e costante, perché è sempre successo così. Non è che adesso assistiamo rispetto al passato a più femminicidi o più violenze su donne e minori. Ci sono sempre state. Quindi è un’emergenza che c’è da sempre. Adesso ce ne siamo accorti, adesso ci sono dei termini per definirli: ora diciamo femminicidio per definire una cosa che prima si perdeva insieme a tanti altri reati. Abbiamo il termine stalking. Sono parole che ci fanno capire cosa significa e dove si può andare a finire con certi comportamenti. Però continua a essere un’emergenza, ma questo vale per tante cose, come ad esempio la mafia».

Oggi, come ogni 21 marzo, si celebra la Giornata in ricordo delle vittime innocenti di mafia. Reggio è stata l’epicentro del processo Aemilia, che ha contribuito a sradicare la ’ndrangheta al Nord. Ma ci sono ancora tanti segnali. Cosa fare?

«Una cosa che dovremmo smettere di fare è stupirci. Tutte le volte che succede qualcosa del genere, noi ci stupiamo. In realtà potevamo saperlo anche prima, ma da tanto tempo. E questo discorso vale per tutte le cose che riguardano la mafia: talvolta ci stupiamo perché abbiamo scoperto qualcosa di nuovo che in realtà sapevamo già da prima. Quindi dico: smettiamo di stupirci e cominciamo ad agire da subito, prima che le cose accadano».

E la letteratura cosa può fare? Può essere un’arma di conoscenza?

«Assolutamente. La letteratura può denunciare, come fanno molti di noi che raccontano eventi e situazioni che non si conoscevano prima. Ma può soprattutto mettere in scena dei meccanismi di come avvengono queste cose, fare in modo che si possa familiarizzare come questi meccanismi. Quando succede qualcosa del genere, invece di stupirci, la letteratura consente di dire: “Ah, ecco. È come in quel romanzo che ho letto, ho capito, qual è il contesto”. Più raccontiamo queste storie, quindi, più facciamo in modo che la gente le possa riconoscere».

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