«Sono tempi difficili, ma guardiamoci indietro. Suono sempre come se fosse il mio ultimo concerto»

Massimo Zamboni due volte sul palco del Metropolis di Bibbiano: venerdì 18 marzo per presentare il disco “La mia patria attuale” e sabato 19 marzo con il libro “Sovversivi”

BIBBIANO. «Sto iniziando a suonare tutte le volte come se fosse l’ultimo concerto che possiamo fare, non perché sia un menagramo ma perché crea appartenenza, renderci conto che alcune cose potremmo non più permettercele mostra il loro vero valore». È una miscela di consapevolezza e di voglia comunque di andare avanti la riflessione di Massimo Zamboni in vista della due giorni che lo vedrà protagonista venerdì 18 e sabato 19 marzo al teatro Metropolis di Bibbiano.

Venerdì (ore 21) il cantante e chitarrista fondatore di CCCP e CSI presenterà sul palco il suo ultimo disco, “La mia patria attuale”, dopo l’anteprima di novembre al teatro Valli, mentre sabato pomeriggio alle 17, nella sala Barazzoni del teatro Metropolis, parteciperà alla presentazione di “Sovversivi”, il volume scritto dallo storico Franco Piccinini e pubblicato da ™ Edizioni, in compagnia dell’autore e del presidente di Istoreco Arturo Bertoldi.

Il libro, che parte dalla prefazione scritta proprio da Zamboni, racconta le vicende degli antifascisti e dei ribelli della Val d’Enza, partendo dai casellari giudiziali fascisti del Ventennio. «È un libro importante e non solo a livello locale, ci si rende conto del carattere della popolazione: non è mai esistita una completa massificazione come ci è stata presentata sotto il regime fascista, credo che ci sia da essere molto orgogliosi di questo, va preso come esempio ma non solo, come stimolo per vivere il presente», riflette Zamboni. Perché, sottolinea, «i nostri tempi sono terribili, è vero, ma che tempi hanno vissuto allora i nostri nonni e i nostri bisnonni, eppure se la sono cavata e hanno avuto il coraggio di esserci, di avere un pensiero e un’azione propria. Sono molto felice di aver collaborato con Piccinini e con la TM Edizioni». Inevitabile fare un salto da quei tempi terribili a questi tempi cupi, ricchi di definizioni usate spesso a sproposito. «Sono definizioni che oggi usiamo un po’ a buon mercato, l’aspetto che mi colpisce è che fino a una trentina d’anni fa nessuno conosceva e sapeva localizzare Ucraina o Moldavia ma anche la Cecoslovacchia, ora c’è questa continua espansione europea verso Est che mi lascia perplesso», continua a ragionare Zamboni.

Perché perplesso? «Questo mondo unico che pretende le sue ragioni e non tiene conto delle ragioni degli altri, che possono essere altrettanto rapaci o violente, dobbiamo saperlo questo. Penso che si sia messo in evidenza il collasso del sistema capitalistico, del libero mercato, delle multinazionali, della logica di profitto con macchinari inarrestabili. In realtà il mondo non si può permettere tutto questo, un equilibrio richiede una sofferenza per una grande maggioranza di persone, di cui noi siamo parte».

Una situazione insostenibile: «C’è questo divario fra pochi, che non so se chiamare fortunati, e la moltitudine che vive di incertezze, una dinamica che si riflette su tutti gli altri, oggi c’è anche la presunzione di chiamarci stato sovrano, ma non è proprio così, siamo subordinati alla chiusura di un rubinetto del gas o dalla mancanza di materie prime o dall’inflazione», è l’amara considerazione. Ancora di più in Italia: «In una nazione a vocazione agricola come l’Italia, trovo drammatica la scelta priva di futuro di non sviluppare questa vocazione, e parlo da contadino, da montanaro. Gli ultimi venti-trent’anni hanno mostrato come fossimo in una bolla di sapone».

Dall’attualità si passa alla musica, a un’esibizione con una band ricca di veterani della scena rock reggiana. «Tengo molto a questo concerto, perché non appena abbiamo iniziato a suonare sono arrivate le chiusure da Covid, e la programmazione si sta spostando verso l’estate. Quella del Valli era un’anteprima di lusso, questa è la vita vera, quella dei concerti, del pubblico, della fatica del fare musica», ammette Zamboni.

«Mi sono chiesto, guardando la mia faccia sui manifesti, quale sia il senso di fare musica con quello che accade attorno a noi. Poi realizzo che abbiamo un imperativo categorico morale che ci impone di fare il meglio. Suoneremo a Bibbiano – dice Zamboni – perché i tempi lo richiedono. Sto iniziando a suonare tutte le volte come se fosse l’ultimo concerto che potessimo fare, non perché sia un menagramo ma perché crea appartenenza».
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