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Reggiane, ora tutti ci credono: «Le aziende mi tempestano di telefonate per uno spazio»

Luca Torri, ad di Stu Reggiane, racconta il progetto dalle fasi iniziali alle prossime inaugurazioni: «Abbiamo un eccesso di domanda. La soluzione che sogno è riqualificare tutta l’area» 

REGGIO EMILIA. Sei capannoni riqualificati. Una piazza con tanto di skate park, area verde e campetti da basket. Nuovi sottopassi per aumentare la sicurezza di chi va o viene dalla stazione. La riapertura di una strada storica, che ora diventerà un boulevard tra passato e futuro.

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Dietro tutto questo c’è Stu Reggiane, la società nata nel 2015 per rigenerare l’area delle ex Officine Reggiane trasformandola in “Parco Innovazione”, un luogo, cioè, in cui soggetti e aziende diverse possano incontrarsi per lavorare e costruire un domani – si spera – migliore.

«Le Reggiane sono state il cuore pulsante di Reggio – spiega l’amministratore delegato di Stu, Luca Torri – e in questo modo tornano a esserlo: qui infatti sta nascendo il prototipo di una città dell’innovazione basato sull’acquisizione e lo scambio di competenze e talenti, sulla ricerca industriale e sul trasferimento del sapere».
 

Come mai realizzare proprio qui questo progetto?
«Nel 2007, quando le Reggiane hanno chiuso e sono state abbandonate, la città si è interrogata su quale destino dovesse avere questo luogo. Si è pensato di costruirvi una “città della conoscenza”. Non esisteva un’altra area con un potenziale di sviluppo così: le ex Officine Reggiane si estendono su 26 ettari di superficie e si trovano, di fatto, nel centro della città, a due passi dalla Mediopadana. Superfici altrettanto estese potevano esser solo a Mancasale, ma quel sito è caratterizzato da una forte identità produttiva mentre qui alle Reggiane si poteva pensare a qualcosa di diverso, che riguardasse anche la sfera culturale e sociale. Nel 2012 è stato completato, in viale Ramazzini, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, che proietta la nostra città nel mondo, e nel 2013 è stato inaugurato il Tecnopolo per la ricerca industriale e il trasferimento tecnologico. La nostra decisione di costituire “Stu Reggiane” è stata agevolata da un bando uscito nel 2012-13 che sosteneva e finanziava progetti di riqualificazione urbana (con 11 milioni di euro). Nel 2014, poi, il Comune ha approvato il Programma di riqualificazione urbana (Pru) dichiarando di fatto la pubblica utilità dell’area e permettendo dunque le espropriazioni. Allora abbiamo capito che quello che avevamo in mente era fattibile e siamo partiti con il nostro progetto».

Luca Torri e il sogno delle Reggiane: «Ora tutti ci credono: le aziende mi tempestano di telefonate per uno spazio»

In cosa consiste, concretamente?
«Ci sono due livelli. Da una parte abbiamo sviluppato una riqualificazione immobiliare, che sarà conclusa entro il 2023 con l’inaugurazione dei capannoni 15A, 15B e 15C oltre all’ex Mangimificio Caffarri in via Gioia, mentre entro la fine di quest’estate inaugureremo il capannone 17 e il nuovo piazzale Europa, riapriremo lo storico braccio di viale Ramazzini trasformandolo in boulevard e anche il passaggio a livello su viale Ramazzini ovest. Dall’altra stiamo lavorando da “catalizzatore” sviluppando le condizioni per far sì che le aziende esprimano la volontà di innovarsi, puntando sulla contaminazione delle attività. Non abbiamo voluto progettare un parco della meccatronica o del food, perché lo riteniamo superato. Il nostro obiettivo è creare una comunità che ragioni in modo trasversale sul futuro e riesca ad attrarre risorse anche dall’estero, partendo da competenze ed eccellenze del territorio e investendo sulla ricerca».

Cosa intende per futuro?
«Stiamo provando a lavorare sulla sostenibilità e sul welfare aziendale, che secondo noi andrebbe gestito con metodologie innovative. In collaborazione con il quartiere Santa Croce stiamo realizzando uno dei parchi fotovoltaici più grandi del territorio (con i pannelli che ricopriranno i parcheggi e anche i tetti dei capannoni) e in autunno organizzeremo qui un summit sull’energia. Vogliamo anche lavorare su altre due tematiche: da una parte ci interessa la combinazione tra intelligenza artificiale e scienze umane (noi siamo la città di Reggio Children e del Reggio Approach e non possiamo perdere l’occasione di ragionare sulle implicazioni etiche e pedagogiche del digitale); dall’altra, pensando che il futuro sia quello dell’auto elettrica, dobbiamo capire come supportare il processo di trasformazione dell’esistente e allo stesso tempo come riconvertire tutte le persone e le risorse finora impegnate nel mondo del motore tradizionale. Ecco cosa intendiamo con innovazione».

Torniamo all’operazione immobiliare, cosa resterà delle Reggiane?
«L’involucro, la storia. Abbiamo fatto investimenti importanti per mantenere in piedi gli storici capannoni. Li abbiamo ovviamente messi in sicurezza, di fatto costruendo internamente immobili completamente nuovi, ma volevamo mantenere la memoria della fabbrica e quindi anche della città. Anche perché, dal punto di vista del marketing, il Parco Innovazione in questo modo è diverso da qualunque altro polo ed è non solo riconoscibile ma anche affascinante. Chi viene da Oltreoceano, ad esempio, resta sempre a bocca aperta. Per lo stesso motivo abbiamo deciso di conservare i murales che sono stati realizzati negli anni. Non è stato possibile mantenerli tutti, ma abbiamo di fatto archiviato tutte le opere sul sito reggianeurbangallery.it, una galleria virtuale, realizzata con fotografie sferiche, che permette di scoprire le opere, gli artisti e le storie di street-art e writing nascoste nel complesso industriale delle ex Officine Reggiane».

Parliamo di costi?
«Complessivamente il progetto di riqualificazione costa circa 64 milioni di euro. A oggi 34,5 li abbiamo ottenuti come finanziamento pubblico (da Stato, Regione Emilia-Romagna e Comune), gli altri 29,5 provengono da investimenti privati. Non sono tanti i progetti a poter contare sul 45,6% di investimenti privati, gli altri parchi tecnologici italiani sono stati realizzati interamente con soldi pubblici. Sono contento che sia andata così: si rafforza il tema della gestione pubblico/privata da tenere in considerazione anche per il futuro. Delle risorse ottenute tramite finanziamento pubblico, comunque, 21,5 milioni li abbiamo spesi in opere pubbliche: piazzale Europa, viale Ramazzini est e ovest, riqualificazione spazi in via Gioia, bonifiche ambientali. Nel 2016 abbiamo rimosso tutto l’amianto presente ma abbiamo anche bonificato il suolo da tutto quello che, nel corso di cento anni di attività, vi era stato riversato. Il beneficio restituito alla città da questo punto di vista è incalcolabile. Per la rigenerazione dei capannoni 18, 17 e 15 (A-B-C) abbiamo speso 42,5 milioni, di cui 13 per tenere in piedi la memoria storica. Se avessimo fatto un’operazione standard, cioè buttare giù tutto e costruire ex novo, non avremmo avuto bisogno di aiuti. Invece noi abbiamo ridato vita alle Reggiane».

Tra le difficoltà incontrate c’è stata anche l’operazione di sgombero che ha riguardato i “residenti”. È concluso?
«È stata un’operazione lunga ma ora si può dire conclusa: le persone che abitavano alle Reggiane hanno trovato tutte un’altra collocazione in strutture gestite dal Comune anche grazie alla collaborazione di tanti altri soggetti del territorio. Ci sono stati momenti difficili: quando ad esempio qui avevamo avviato i cantieri e continuava a esserci un via vai di persone... era pericoloso, per questo abbiamo costruito il muro. Nell’ultimo periodo, poi, la zona era stata occupata da delinquenti. Adesso comunque il problema è stato risolto e le Reggiane sono sicure: noi abbiamo illuminato tutta l’area e le forze dell’ordine e le nostre guardie vigilano costantemente».

Alla fine del 2023 il Parco Innovazione sarà stato completato, ma la riqualificazione avrà riguardato solo un quarto dell’area coperta delle Reggiane e circa metà della superficie totale. E il resto?
«La parte rimanente è ancora della Fantuzzi-Reggiane, gravata da ipoteche. Il sogno sarebbe quello di completare la riqualificazione su tutta l’area e per questo abbiamo già avviato accordi con i creditori. L’idea sarebbe quella di liquidare i creditori minori e far diventare invece il maggiore, Intrum Italy spa, proprietario. A quel punto noi potremmo diventare sviluppatori dell’area. Quando questo scenario si avvererà avremo ulteriori centomila metri quadrati da rigenerare. Giunti a questo punto noi crediamo si debba arrivare alla riqualificazione di tutta l’area, non potrebbe essere che così. D’altra parte quando abbiamo iniziato a vendere gli spazi nel Capannone 18, che abbiamo inaugurato nel 2019, dovevo chiamare le aziende e convincerle a credere nel progetto. Adesso non chiamo più nessuno, sono le aziende a tempestarmi di telefonate. Abbiamo un eccesso di domanda che in questo momento non sappiamo dove posizionare, se potessimo contare sul resto dell’area delle Reggiane avremmo risolto».
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