«L’alluvione a Lentigione ha causato 18 milioni di danni»

Brescello: via al processo. In aula la sindaca Benassi fa il pesante bilancio. Presenti i 3 imputati dell’Aipo Salgono a 181 le parti civili. Procedimento complesso a rischio prescrizione



BRESCELLO. Un processo tanto affollato quanto atteso, ma come previsto decisamente complesso, con prospettive di ultimazione non pronosticabili.


E ci riferiamo “solo” al primo grado – con rito ordinario – del giudizio sull’alluvione di Lentigione del 12 dicembre 2017: il torrente Enza straripò inondando alle prime luci dell’alba la frazione brescellese, causando 1.157 sfollati e una valanga di danni. Nell’aula stipata sono presenti i tre imputati, tutti dipendenti dell’Aipo, accusati dopo l’inchiesta del Nipaaf dei carabinieri forestali di Reggio di inondazione colposa in concorso: si tratta dei dirigenti Mirella Vergnani (difesa dall’avvocato bolognese Paolo Trombetti) e Massimo Valente (tutelato dall’avvocato nonché docente universitario modenese Giulio Garuti), infine il tecnico Luca Zilli (difeso dall’avvocato parmigiano Amerigo Ghirardi).


Prima che il procedimento abbia inizio ci pensa la sindaca Elena Benassi – in fascia tricolore da primo cittadino del Comune di Brescello costituitosi parte civile tramite l’avvocato Salvatore Tesoriero – ad inquadrare bene la situazione con i cronisti: «A causa dell’alluvione abbiamo accertato 16 milioni di euro di danni che hanno colpito i cittadini e le attività produttive, poi altri 2 milioni di euro di danni relativi al patrimonio pubblico. Nel processo siamo determinati a conoscere le cause tecniche che hanno portato all’alluvione, ma anche ad avere chiarezza sulle procedure seguite nella gestione del drammatico evento. Sono qui – rimarca – a rappresentare tutta la comunità brescellese, perché chiediamo giustizia non solo per gli abitanti di Lentigione, ma per tutta Brescello: oltre ai costi c’è stato un rilevante danno d’immagine con un calo pure turistico».

In avvio affiora subito la preoccupazione per i tempi processuali, del resto in campo vi sono, oltre al Comune di Brescello, 181 costituzioni di parte civile (26 posizioni ulteriori rispetto all’udienza preliminare arrivano tramite l’avvocatessa Domizia Badodi che tutela il Comitato) rappresentate da un plotone di legali, infine vi è l’Aipo come responsabile civile . E dalle toghe – pm Giacomo Forte compreso – giungono le richieste di nutrite liste-testimoni, l’audizione di non pochi consulenti tecnici, l’esame dei tre imputati. Insomma una bella montagna da scalare, su cui piomba l’ironico commento del giudice Giovanni Ghini («Questo processo vorrei finirlo prima di andare in pensione») che a modo suo lancia un monito alle parti in causa, perché il reato al centro del procedimento si prescrive in 7 anni e mezzo che partono dall’evento, quindi l’orizzonte è meta 2025, ciò significa che il tempo non va scialacquato. E bisogna partire con il piede giusto, come spiega al giudice il pm Forte: «Intendo sentire subito il maresciallo Fabio Gangemi del Nipaaf che illustrerà tutto il percorso dell’inchiesta attraverso cui siamo arrivati al risultato investigativo finale, per poi passare alle deposizioni dei testi che si esprimeranno sui dati acquisiti come le vicissitudini nella gestione dell’alluvione o la gestione delle casse d’espansione. Per concludere con la relazione del professor Marco Mancini (del Politecnico di Milano, consulente della Procura, ndr).Quest’ordine non è un capriccio – sottolinea – ma c’è una strategia probatoria». Un programma intenso che verrà affrontato dal 29 settembre.

In un’ora scarsa l’udienza si chiude. In fondo all’aula vi sono tre rappresentanti del Comitato: «Ce l’aspettavamo tecnica questa prima tappa – commenta il presidente Edmondo Spaggiari – comunque un altro passo in avanti è stato fatto. Non sarà una cosa veloce, ma vogliamo giustizia».

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