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Stupro di gruppo a Reggio Emilia, uno degli indagati: «Io non c’entro, ero sul balcone»

Uno dei tre 15enni “scarica” il coetaneo, finito ai domiciliari: «È rimasto solo con lei. Non ho visto e non ho fatto sesso»

REGGIO EMILIA. «Non ho visto niente. Io e il mio amico siamo stati chiusi fuori dal balcone per un quarto d’ora dal padrone di casa, rimasto solo con la quindicenne». È la versione del secondo ragazzo coinvolto nella vicenda dello stupro di gruppo. È la prima volta che uno dei tre coinvolti parla e lo fa per gridare la sua innocenza, sebbene – sentito nell’immediatezza dei fatti in caserma – avesse dichiarato di aver consumato un rapporto sessuale, a suo dire consenziente. Spontanee dichiarazioni che, in assenza di un avvocato difensore, non possono essere utilizzate ai fini della responsabilità penale e che adesso l’interessato smentisce cambiando versione.

I fatti risalgono al 28 gennaio scorso, quando cinque compagni della stessa classe di un istituto superiore decidono, per uno sciopero a scuola, di passare la mattinata seguente nell’appartamento della madre di uno di loro. Il festino degenera e alle 15.20 la quindicenne si fa venire a prendere dalla sorella, che a sua volta allerta i carabinieri: «Venite, è stata stuprata». Ricordiamo che si è trattato di un presunto stupro di gruppo poiché, come recitano gli atti, «se, come sembra, tutti i ragazzi presenti hanno avuto rapporti sessuali con la minore», ad essere imputato è un unico giovane – il padrone di casa sobrio – accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti della minore (due le aggravanti: per aver abusato delle condizioni alterate e per l’età della giovane, minore di 18 anni); è tuttora ai domiciliari. Gli altri due sono indagati a piede libero per lo stesso reato. Un quadro che potrebbe cambiare.


Nello studio dei suoi legali, Giulio Cesare Bonazzi e Simona Magnani, lo studente si presenta insieme ai genitori. «Abbiamo deciso di trovarci a casa del primo – inizia il racconto – Io ho portato la play station: il programma era giocare, sentire musica, stare in compagnia e fare un giro ai Petali. Se avessi immaginato che sarebbe finita così...Credo che non fosse intenzione di nessuno quello che è accaduto».

Il quindicenne si stringe nella felpa. «Le due ragazze abitano in provincia e sono arrivate in treno, il primo è andato a prenderle in stazione mentre io e il terzo aspettavamo su una panchina sotto casa». Il gruppo entra e le prime ore passano serene, al limite della noia. «Ci siamo divertiti. Le ragazze hanno ballato tra di loro». Fino alla disastrosa idea di andare a prendere da bere: vodka alla pesca e una bottiglia di vino. «Erano circa le 11. Le ragazze e il terzo hanno bevuto, io e il padrone di casa no». Ad un certo punto la seconda ragazza decide di andarsene, «si scoccia per una discussione con me». Il proprietario esce ad accompagnarla al bus e rientra. «La quindicenne è molto sbronza». Allo studente arriva una telefonata da un amico sotto casa. «Mi chiede di affacciarmi, io e l’altro andiamo sul balcone a parlare. E il padrone di casa ci ha chiuso fuori». Uno scherzo? «Non penso. Lo ha fatto di proposito. Ci ha lasciato lì un quarto d’ora-venti minuti, noi bussavamo». Quando l’imputato apre la porta finestra «vedo la quindicenne molto scossa, agitata, si sdraia sul divano. Abbiamo capito che è successo qualcosa, ma lei non ha detto niente». Poco dopo lui e l’amico se ne sono andati. «Abbiamo ripulito per terra, preso gli zaini e siamo andati a mangiare. Sono rientrato a casa alle 14».

Quei messaggi considerati compromettenti che l’imputato in caserma ha scambiato con lui («fra’ sta dicendo da mezz’ora che l’abbiamo stuprata», «siamo nella merda» la sua risposta) vengono spiegati con la paura. «Ero preoccupato, mi sono subito reso conto della gravità dell’accusa. Anche se io non c’entro».

Sul presunto rapporto sessuale con la quindicenne «Non ho ammesso nulla. Non so se lei abbia avuto rapporti con altri: con me no».

I genitori – papà collaboratore scolastico, mamma casalinga – sottolineano le ripercussioni che questa vicenda ha avuto sul ménage familiare e sul comportamento del figlio. Secondo la mamma «mio figlio è un bravo ragazzo, uno sportivo, mai dato problemi». «Noi siamo stati i primi a riferire alla scuola l’accaduto: ho scritto una mail alla coordinatrice poiché la questione andava gestita in classe», spiega il padre. Pare non sia servito granché. «Mio figlio aveva bei voti, ora va a scuola un giorno sì e due no, è abbattuto. La batosta psicologica è dura da superare. Anche per la ragazza, immagino». «Io voglio andare a scuola – replica il quindicenne – Ma le voci girano, il clima è pesante. Ci sono insegnanti che mi hanno tolto il saluto, compagni che mi evitano. La seconda ragazza è stata l’unica a consolarmi e a starmi vicino. L’imputato? Più sentito».

Chiediamo all’adolescente cosa si augura. «Vorrei che gli altri mi guardassero come prima: come una persona normale, non come un colpevole. Io sono sempre lo stesso».

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