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«’Ndrangheta, Brescello epicentro al Nord: gli affari loschi decisi lì dai Grande Aracri»

La lunga deposizione del pentito Salvatore Muto: «Il boss Nicolino aveva affidato la gestione al fratello Francesco»

Reggio Emilia. Come suo solito il pentito Salvatore Muto – che sta scontando le condanne definitive dei due processi di ’ndrangheta Aemilia e Pesci in cui ha ottenuto l’attenuante della collaborazione – parla asciutto, ma con i trascorsi da braccio destro del boss Francesco Lamanna (dal 2006) non ha mai tentennamenti nella sua deposizione al processo Grimilde quando parla di Francesco Grande Aracri e del peso mafioso brescellese.

«L’epicentro della ’ndrangheta era Brescello con Francesco Grande Aracri, ogni decisione veniva presa lì – va al sodo il calabrese 45enne, facendo riferimento ai racconti avuti da Lamanna anche sui tempi passati – perché la nostra casa madre faceva riferimento a Nicolino Grande Aracri che, essendo finito in carcere, aveva detto al fratello di dirigere gli affari al Nord. E quando Francesco era finito nell’operazione Edilpiovra, per tutelarsi non appariva più come prima, per gli affari metteva persone che facevano parte della cosca, come Alfonso Diletto. Coinvolti anche i figli Salvatore e Paolo, io e Lamanna ci incontravamo con loro a Reggio Emilia per la marmeria. Quando li ho conosciuti so che stavano pensando a una truffa. E Nicolino era contento dei suoi nipoti – rimarca – che si stavano inserendo nella ’ndrangheta».


Muto – che ha deposto per legge assistito dal suo legale (Adriana Fiormonti) perché coinvolto in reato connesso – fa riferimento ai Grande Aracri brescellesi sotto un non meglio precisato «attacco giornalistico» per evidenziare le diversità di vedute fra padre e figli: «Francesco era irruente ed impulsivo, avrebbe voluto reagire. Mentre i figli propendevano per non fare casini, non andare a bruciare auto o mettere delle bombe, bensì pensavano che fosse meglio corrompere, fare affari fuori da Reggio Emilia, insomma comportamenti velati».

In chiave brescellese il collaboratore di giustizia ha diverse cose da raccontare, sollecitato dalle domande della pm Beatrice Ronchi: «Antonio Rocca (definitivamente condannato nel processo Pesci, ndr) era il referente a Mantova di Nicolino Grande Aracri ed era stato affiliato alla cosca a Brescello, in un capannone di Diletto. Nella vicina Viadana (Mantova) tramite una concessionaria venivano fatte delle truffe sulle auto prese in leasing: dopo aver pagato 2-3 rate, veniva denunciato il furto della macchina, in realtà vendute all’estero, bloccando così il leasing. Ne ha usufruito anche Salvatore Grande Aracri di queste truffe, con qualche sua società».

Sempre su Salvatore la descrizione è di «un partecipe alla cosca, con lo zio Ernesto Grande Aracri era andato a delle riunioni mafiose importanti, era stato a San Luca dalla famiglia Pelle. La ’ndrangheta è San Luca, lì Nicolino Grande Aracri era stato riconosciuto capo della zona di Crotone e gli venne dato il grado di crimine». Fa riferimento ad affari illeciti dei Grande Aracri brescellesi nel movimento-terra, nella gestione di locali, inoltre – mentre opera dei riconoscimenti fotografici – parla di un terreno di Brescello che era al centro di un incontro, a Cutro, fra un parente di Diletto e il boss Nicolino che l’aveva atteso a casa sua.

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