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Il vescovo Camisasca saluta Reggio Emilia: «Vi lascio, ma non vi dimenticherò»

Partecipata e commossa la sua ultima messa in cattedrale al vertice della nostra diocesi. In prima fila fratello e familiari

REGGIO EMILIA. In tanti si sono commossi e sicuramente anche per lui – pur se non lo ha dato a vedere, com’è nel suo stile – è stato un momento toccante. Tanto che, più di una volta, i saluti e gli abbracci affettuosi che si sono succeduti sul pulpito hanno strappato qualche lacrima e diversi sorrisi. È stata una cerimonia sentita e partecipata quella con cui, ieri pomeriggio, il vescovo della diocesi di Reggio Emilia e Guastalla, Massimo Camisasca, ha voluto salutare la città e la comunità di fedeli dopo nove anni.

La messa è infatti la sua ultima presieduta con in mano il Pastorale: fra circa una settimana lascerà il posto al suo successore, monsignor Giacomo Morandi, per andare ufficialmente in pensione sulla sponda lombarda del lago Maggiore, in una casa donata alla Fraternità San Carlo, la comunità fondata proprio da Camisasca nel 1985.


In una cattedrale rigorosamente gestita dal servizio d’ordine della diocesi, accompagnati dai cori che si alzavano dal fondo della navata centrale, fedeli, religiosi e amici del monsignore si sono accomodati su sedie in plastica ordinatamente distanziate e accompagnate da un libretto di guida alla cerimonia decorato con diverse foto del vescovo durante il suo episcopato.

In prima fila il fratello gemello Franco, i nipoti e i parenti del vescovo, seguiti via via da giovani, famiglie, rappresentanti degli ordini attivi in provincia. Assenti invece le istituzioni, con le quali Camisasca ha organizzato un successivo momento di saluto su invito domenica prossima. Ma ad aprire la messa sono state le parole di uno dei più stretti collaboratori del vescovo uscente, don Alberto Nicelli, vicario generale per otto nei nove anni di episcopato di don Massimo.

Facendosi portavoce della diocesi, Nicelli ha ringraziato Camisasca fino a commuoversi quando ha descritto il loro rapporto di lavoro e collaborazione, persino «di amicizia in questi lunghi e difficili anni». Di saluto, invece, le prime parole dell’omelia del vescovo uscente: «Con questa celebrazione eucaristica – ha esordito – si conclude la mia presenza tra voi, almeno dal punto di vista fisico. Essa continuerà infatti nella preghiera, nella memoria, nell’affetto e nell’amicizia con molti di voi. Questa messa non è soltanto una conclusione. Essa è piuttosto una sintesi, cioè l’offerta di questi miei nove anni al Signore. Vorrei restituire a lui ciò che mi ha donato affinché egli ne tragga il frutto che desidera per il Regno di Dio e per la sua gloria nel mondo». I nove anni di ministero episcopale a Reggio Emilia, ha proseguito poi Camisasca, sono stati «un dono. Non trovo parola più espressiva di questa. Un dono assolutamente immeritato e inatteso che Dio ha fatto alla mia vita».

Ma oggi, al termine di questo mio mandato, «oltre a rendere grazie devo chiedere in ginocchio il suo perdono (di Dio, ndr) per tutte le mie mancanze, non solo per ciò che avrei potuto fare e non ho fatto, ma anche per ciò che avrei potuto essere e non sono stato, per la superficialità con cui ho accolto la grazia di Dio e risposto al suo amore. Se egli mi ha chiamato, ne sono certo, non mancherà di perdonarmi. Anche in grazia della vostra preghiera, grande risposta alla mia piccola donazione».

Il vescovo è poi passato ai ringraziamento citando per primo proprio don Nicelli, a riprova del rapporto speciale che si è creato fra i due: «Voglio innanzitutto dire il mio grazie a monsignor Alberto Nicelli, mio vicario generale durante otto dei nove anni trascorsi con voi. Ricordo molto bene la sua resistenza di fronte alla mia designazione. Essa è stata per me un segno decisivo. Don Alberto ha vissuto accanto alla mia persona questo tempo spendendo senza risparmio le sue energie, soprattutto attraverso la vicinanza ai sacerdoti e ai diaconi, colmando le lacune della mia. È stato un collaboratore assolutamente leale. Senza esagerare in lodi per il mio operato, mi ha sostenuto in ogni decisione che assieme abbiamo preso. Accanto a lui desidero esprimere il mio grazie più sincero ai vicari episcopali che si sono succeduti in questi anni».

Camisasca ha poi toccato un tema globale e dolente nella Chiesa, ovvero il calo sempre più forte delle vocazioni: «La vita religiosa, purtroppo, ha dovuto registrare l’abbandono di tante comunità, soprattutto femminili, che erano un bene prezioso per la nostra Chiesa diocesana. Saluto e ringrazio le comunità religiose femminili che sono rimaste al servizio delle parrocchie. Ricordo ugualmente la preziosa presenza dei Cappuccini in tante opere della nostra Chiesa. Prego il Signore che custodisca e rinnovi la presenza della vita monastica, in particolare quella dei Servi di Maria, delle Clarisse, delle Serve di Maria, delle Suore cappuccine e delle Carmelitane. Saluto con molto affetto le sorelle dell’Ordo virginum e le eremite che ho cercato di alimentare e accompagnare in questo mio tempo reggiano».

Ma il vescovo non ha nascosto nemmeno un’altra difficoltà affrontata nel suo episcopato, quello dei debiti enormi che gravavano sulle spalle della diocesi: «Abbiamo potuto realizzare il pareggio di bilancio, conoscere, non senza fatica, le entrate e le uscite dei vari uffici e centri diocesani e affrontare, anche con decisione, il debito straordinario che gravava sulla nostra Chiesa. È stata questa una delle ragioni che ha rivolto la mia attenzione all’immenso seminario, in gran parte vuoto, e alla necessità di far fronte a una sua diversa collocazione. Collaborazioni, che definirei miracolose, hanno permesso di realizzare questo sogno».

Durante «il mio cammino a Reggio Emilia – ha concluso infine Camisasca – ho potuto sperimentare, quasi fisicamente, la presenza dei santi nella mia vita, in particolare dei nostri patroni, del beato Rolando Rivi, di san Giuseppe e di Maria. A lei, venerata nella nostra Cattedrale come Vergine Assunta, nella Basilica della Ghiara in adorazione di Colui che aveva generato e nella Basilica di Guastalla come Madonna della Porta, affido ciascuno di voi e il tempo che ancora mi rimane da vivere».

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