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Il figlio di Paolo Bellini: «Mio padre è il diavolo»

Il 42enne Guido sta scrivendo un libro: «Ha rovinato la vita alla mia famiglia»

REGGIO EMILIA. «Cosa vuol dire essere il figlio di Paolo Bellini? Sicuramente aver avuto una vita difficile. Vuol dire che non hai più paura di niente, dopo che hai conosciuto il diavolo».



Il battesimo nel 1979 in Brasile, durante la latitanza della Primula Nera, con il nome di Guido Bonini Bellini Da Silva, prima del rientro in Italia piccolissimo. Omen nomen, dicevano i latini, ovvero nel “nome c’è un presagio”. E la scelta da adulto di cambiare cognome, assumendo solo quello materno, sembra tracciare un destino per il 42enne figlio di Paolo Bellini, che ha deciso di scrivere un libro sul padre, imputato nel processo mandanti sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, accusato dalla Procura Generale di Bologna di essere il quinto uomo dell’attentato.

Perché ha deciso di parlare solo adesso?

«In realtà sono decenni che vorrei parlare. Anzi, avrei un libro pronto che parla della mia vita in relazione a quella di mio padre. Fatti, episodi, aneddoti, paure e sofferenze. Ma non so a chi rivolgermi. I motivi per i quali ho deciso di parlare solo ora sono numerosi, primo su tutti la soggezione e la paura che avevo di mio padre, anche se preferirei non chiamarlo così. In secondo luogo, perché quando mi sono deciso e ho espresso la volontà di farlo, mia madre mi ha sempre esortato a desistere, dicendomi che non era il caso perché avevamo avuto abbastanza rumore intorno a noi da tutta una vita, esortandomi a pensare alla famiglia, alla mia vita, ai problemi che avrebbe potuto crearmi nel lavoro. In realtà, credo che mia madre abbia sempre avuto più paura di quell’uomo di quanto io ne abbia mai avuta di lui, quindi se non ho mai parlato diciamo che in parte l’ho fatto per rispetto di mia madre e dei nonni materni. Nell’ultimo anno, però il mio nome e cognome sono finiti troppe volte sulla bocca di troppe persone all’interno di aule di tribunale, l’ho ritrovato in intercettazioni ambientali che danno un senso distorto della realtà, dove sembra quasi che io voglia difendere mio padre, mentre accuso mia madre e la apostrofo con parole forti perché dice di riconoscerlo nelle immagini di Bologna... beh, in quel momento mi è caduto il mondo addosso e la paura che lui realmente potesse aver fatto una cosa del genere mi aveva mandato nel pallone più totale. Per tutti noi, sarebbe stato l’inizio di un nuovo incubo, ma più grande di qualsiasi cosa che avessimo affrontato in passato. L’ultimo motivo, ma il più importante di tutti, è che ho proprio la necessità di dovermi liberare da tutti i pesi e i danni psicologici e morali che questa figura mi ha dato. Mi ha condizionato in negativo tutta la vita fino ad oggi».



Non crede che qualcuno possa pensare che lei sia manovrato da suo padre?

«Come tutte le persone che non mi conoscono davvero nel profondo, non si può capire cosa ho dovuto passare nella vita. Quindi dubito fortemente che qualcuno possa pensare che io sia manovrato da mio padre nel momento in cui sono qui ad accusarlo per tutto il male che ha fatto in primis a me e alla mia famiglia e, in secondo luogo, per tutto il male che ha fatto in generale».

È nato nel 1979 in Brasile quando suo padre, cambiando identità, si faceva chiamare Roberto Da Silva. Cosa sa degli anni brasiliani?

«So di essere nato là perché mia madre ha seguito mio padre quando era in dolce attesa. So le cose di dominio pubblico oltre a qualche aneddoto che mi ha raccontato mio padre, tipo la visita che fece per non fare il militare perché avendo passaporto brasiliano ovviamente lo avevano chiamato a prestare servizio. So che lui è andato via dopo aver sparato ad una persona per vendicarsi dell’onore di una delle sorelle, ma credo che il Brasile in realtà sia molto più di tutto ciò».

Ha sentito suo padre durante il processo?

«Assolutamente no. Mai avuto contatti con lui».

Prima del processo ha avuto invece contatti?

«Non ho avuto più rapporti con lui dal 2003 in seguito alla mia scelta volontaria e categorica di uscire dal programma protezione. Io non avevo fatto niente e non potevo subire le sue colpe. Circa 3 anni fa mi contattò lui e non ricordo però per quale motivo. Prima dell'inizio del processo invece fui io a contattarlo perché in quel periodo venne fuori la notizia di un libro che stava scrivendo il giornalista reggiano Giovanni Vignali. Nella mia testa pensai che lui fosse d'accordo con il giornalista nel fare un libro e mi dicevo: “Ma come uno che va sotto processo e in più ha commesso tutto quello che ha commesso nella vita può addirittura avere il coraggio di scrivere un libro?” Lui rispose che ogni frutto matura alla sua stagione e chi ha raccontato balle verrà sbugiardato. Che l’unico libro da fare era quello sui Dna per capire se un figlio fosse suo, o tutti e due o nessuno dei due. Mi disse che la persona estrapolata dal filmino non era lui e che assomigliare non voleva dire essere, che tutto a suo tempo si sarebbe chiarito e di trasmetterlo pure a mia madre e aggiunse a mia sorella, ma credo solo per non sembrare troppo diretto come messaggio. Poi aggiunse che ci sono momenti in cui devi abbozzare e altri in cui devi attaccare. Io che lo conosco abbastanza bene, a mia madre e mia sorella non ho mai detto di questa conversazione: ho voluto lasciarle tranquille per l'aspetto del processo al quale avrebbero dovuto prendere parte e ho capito che quelle erano intimidazioni che voleva fare arrivare a loro per mano mia. Aveva già studiato la sua difesa».



Bellini ha messo in dubbio la paternità. Lei cosa dice?

«Fosse vero sarebbe la notizia più bella del mondo per quanto mi riguarda. Non cambierebbe tutto quello che è stato e che ho subìto per colpa del suo nome e per colpa delle sue azioni, ma di certo mi restituirebbe un qualcosa. Purtroppo sono identico a lui nell'aspetto e lui sa benissimo che siamo i suoi figli. Comunque, nel caso volesse, il test del Dna metterebbe tutto quanto al suo posto, ma non lo richiederà perché così cadrebbe anche la tesi difensiva che ha utilizzato, cioè quella di screditare mia madre facendola passare falsamente per una donnaccia e una bugiarda. È stata onestamente una cosa miserabile e mi ha dato il senso di una persona alle corde che spara le ultime cartucce vuote per provare a uscire da una situazione più che compromessa».

Cosa pensa di ciò che dice suo padre nel processo?

«Molte bugie sono venute fuori. Si è contraddetto in diverse circostanze. Si è dimostrato un gradasso pieno di sé, senza il rispetto della vita degli altri. Ma quando ha usato suo fratello morto portando alla luce eventi che sono certo non siano mai accaduti, perché si capisce che si stava inventando tutto, si è smentito più volte nel racconto».

Nell’intercettazione di cui ha già parlato, lei dice a sua madre che il volto del super8 in stazione il 2 agosto non è quello di suo padre. Pensa che suo padre sia estraneo all’attentato, come lui dice pubblicamente?

«Quell’intercettazione ambientale onestamente mi ha fatto un po’ arrabbiare poiché chiunque la ascolti può pensare che io stia difendendo mio padre. Vi posso garantire che difenderlo non è assolutamente mai neanche entrato nell'anticamera del mio cervello, anzi lo condanno per tutto quello che ha fatto e mi meraviglio di come una persona come lui non sia rinchiuso in un carcere a vita a per quello che ha fatto in precedenza. Erano momenti di grande tensione, e vedere mio padre accostato all'accusa di strage per me è stato un colpo pazzesco, volevo convincermi del fatto che lui non c'entrasse niente e nel momento in cui mia madre mi diceva che secondo lei era lui a me cadde il mondo addosso».

Sempre nella stessa intercettazione lei dice che suo padre lavorava per conto dello Stato. Cosa intendeva?

«Alla fine degli anni ’90 e subito poco dopo l'inizio degli anni 2000 ho avuto la fortuna di conoscere diversi agenti della sezione anticrimine di Reggio Emilia e due di loro in particolare. In quel periodo della mia vita molto difficile sono stati due angeli custodi. Sono stati gli unici ad avermi chiesto se fossi a conoscenza di qualche cosa sulla strage di Bologna, che Paolo nel periodo antecedente alla strage, fino a qualche giorno prima, aveva alloggiato in un albergo vicino alla stazione. Nel momento in cui parlavo con mia madre e non volevo accettare quello che mi stava dicendo per la dimensione devastante della strage di Bologna, mi sono venute in mente alcune parole che mio padre mi disse e cioè che aveva collaborato, anzi lavorato, per lo Stato, poi ho pensato ad altre cose che mi aveva detto. Anche se queste cose non si riferivano a quel periodo storico preciso, mi hanno portato a fare un ragionamento: conoscendo anche le vicende che mi aveva raccontato mia madre, ho pensato che forse sia uno degli esecutori materiali, ma che poteva essere a Bologna per conto di qualcun altro. Ma di essere comunque a conoscenza di quello che stesse accadendo. Di certo non era lì per caso. Purtroppo però, ascoltando il processo, mi sono fatto un’altra opinione ancora».

Ha parlato con sua madre e sua sorella dopo le loro deposizioni al processo? Cosa vi siete detti? Come mai cambiare versione dopo quarant'anni?

«Certo che ho parlato con loro. Ho fatto i complimenti ad entrambe poiché le emozioni, l'attenzione e la paura che c'è nell'affrontare situazioni del genere non capitano tutti i giorni e sono stato molto orgoglioso di come loro si siano comportate. Ovviamente dico in particolare di mia madre, che ha dovuto affrontare sicuramente la sua battaglia più grande. Sono certo ed è sotto gli occhi di tutti che ha saputo tener testa, rispondendo colpo su colpo sia a mio padre che ai suoi avvocati difensori. Credo nella buona fede di mia madre. Mi ricordo che mia madre cambiò espressione parlando di Bologna e lo fece nel momento in cui mi disse che le dichiarazioni che aveva fatto quando venne interrogata dopo la strage le furono suggerite dal nonno Aldo: le fece credere che volevano incastrare mio padre per questioni politiche, ma che lui non c'entrava niente e che quindi doveva aiutarlo. E lì si interrogò sugli orari, perché mia madre – e parliamo del 2003-2004, non ricordo di preciso – già mi disse che non era vero quello che aveva detto agli investigatori: mio padre con mia cugina Daniela arrivò molto tardi all'appuntamento al mare. E mentre andavano al Tonale, quando sentì la notizia della strage non ebbe particolare reazione, anzi. Aveva un modo di fare che sembrava come se lo sapesse e aveva quel modo falso di fare che noi conoscevamo bene. Però non si poteva immaginare una roba del genere da parte di mio padre. Di lui, a parte qualche mobile rubato, non si conosceva nulla. Sono sicuro che mia madre ha vissuto con questo tormento e che la riapertura del caso l’ha aiutata a trovare il coraggio di dire la verità. Sono sicuro che un percorso spirituale sincero le ha dato la forza per affrontare tutto questo. Perché, come tutti noi, è stata solo una vittima di quest'uomo e mai una complice».

È mai stato ascoltato da qualche magistrato sulle vicende di suo padre?

«Beh, sicuramente è chiaro che non si sono rivolti a me riguardo la strage di Bologna perché all'epoca dei fatti io avevo soltanto un anno. Però devo dire la verità, sono rimasto piuttosto colpito anch'io da come mai, in generale, nessuno mi abbia mai chiesto di lui. Insomma sono il figlio maschio, sono stato sotto programma di protezione a causa sua, è possibile che a nessuno sia mai venuto in mente di chiamarmi per farmi qualche domanda su di lui in generale?».

Il nonno Aldo lei lo ha conosciuto, che ricordi ha?

«Non posso dire di averlo conosciuto bene, ero piccolo. Posso dire di sicuro che a me non ha mai fatto mancare dei sorrisi, ma ricordo anche che fosse una persona autoritaria».

Quali erano i rapporti fra suo padre Paolo e suo nonno Aldo?

«In quel periodo ero piccolo, posso però dire di avere assistito un giorno, sotto casa della nonna di Levico, a una grande litigata tra i due. Io ero in macchina e vedevo dal vetro del lunotto posteriore che stavano litigando. Ricordo anche bene che mio padre risalì in macchina molto arrabbiato. Da quello che posso aver capito, mio padre al suo deve la fortuna degli inizi della sua vita delinquenziale. Tipo i primi furti o altro come minacciare o spaventare avvocati o vicini. Certo che se non fosse stato d'accordo con quello che gli faceva “fare” il padre, dopo la sua morte avrebbe potuto tirarsi indietro da tutto quello che ha combinato. Evidentemente a lui questa vita piaceva».

Nel processo in corso a Bologna si punta il dito sui servizi segreti deviati. Suo padre e suo nonno Aldo lavoravano per i servizi segreti?

«In base a certi racconti che mi ha fatto mio padre, di sicuro avevano determinate situazioni di livello importante in ballo assieme. O, più che altro, mio padre ha seguito il nonno Aldo nelle sue. Che lavorassero per i servizi segreti non posso con certezza dire di sì, ma posso affermare sempre dai suoi racconti che c'entravano con qualcosa di grosso».

Di Gladio, struttura militare segreta, se ne parla da anni per oscuri coinvolgimenti nelle stragi e nel terrorismo. Suo padre ha mai fatto accenni a questa struttura?

«La prima volta che ho sentito la parola Gladio non sapevo nemmeno che cosa volesse dire. Ricordo che ero in casa e che mio padre stava scrivendo una lettera a Cossiga. Lui stracciò l'inizio di quella lettera almeno 7/8 volte perché non sapeva mai come cominciarla. Io vidi a chi era indirizzata e gli dissi: “Ma chi è quel Cossiga? Il presidente della Repubblica?” E lui mi disse di sì, fiero, e fu lì che mi parlò di Gladio e che mi disse di essere uno di quei fortunati che ne faceva parte in quanto si trattava di una cerchia ristretta, gente con le palle che lavorava per contrastare i rossi, i comunisti».

Giravano armi ed esplosivi in casa sua? Ha mai visto suo padre in azione?

«Sì, nel corso degli anni ho visto un po’ di tutto, da armi a droga ed esplosivi. Se per vederlo in azione intendete quando commetteva reati o peggio, no quello mai».

Lei è stato sotto protezione. Ha paura per la sua incolumità?

«Perché dovrei aver paura per la mia incolumità? Dopo questa intervista forse l'unica persona della quale dovrei preoccuparmi, conoscendone l’orgoglio, sarebbe mio padre, ma onestamente sono stanco di avere paura. Dì la verità e sii onesto, questo mi ha insegnato mio nonno materno».

Perchè ha deciso di cambiare cognome?

«In realtà non l’ho deciso io. Andammo a trovare Paolo in carcere alla Dozza di Bologna su pressioni di un funzionario di polizia che ci disse che era disperato e che aveva bisogno di noi. Onestamente io e mia madre non eravamo così d’accordo, ma ci andammo, forse più per fare un piacere a questo funzionario che a Paolo, e poi perchè dovevamo capire ed ascoltare cosa avesse da dirci per comprendere tutte le situazioni che potevano esserci dietro a certe sue testimonianze, dopo aver confessato molti suoi crimini, omicidi e quant’altro. Fu proprio lui a consigliarmi di avviare le procedure di cambio cognome perchè riteneva che avremmo potuto essere bersaglio di vendette e quindi, così facendo, fosse un modo per distaccarsi da lui. Onestamente credo che sarebbe servito a poco, però lo ascoltai. E vi dico che qualcuno ci ha provato ed avrebbe fatto un grosso errore perchè se mi avessero ammazzato a mio padre non sarebbe interessato proprio niente. Lui per me non ha mai fatto niente. Anzi mi ha usato, mi ha solo creato problemi e, quando ha potuto, mi anche fregato soldi. In ultimo ha dimostrato ancora rancore e detto che non sono suo figlio...».

È al corrente della malattia di suo padre? Sarebbe una forma di leucemia, a cui di recente si è aggiunto un problema cardiaco.

«Sì, ne sono al corrente da quando sono un ragazzino. L'ha ripetuto tante di quelle volte al processo che ormai anche chi non l'ha mai visto nè conosciuto lo sa. Credo che l'abbia usato spesso come alibi per temporeggiare nel corso delle domande che gli sono state poste. Il suo problema cardiaco l'ho appreso dai giornali».

Suo padre dice di aver avuto una conversione, di essere devoto a Padre Pio. Gli crede?

«Dice di essersi convertito e davanti a dei giudici si gonfia delle sue malefatte. Non credo che si sia mai preoccupato di chiedere scusa pubblicamente a nessuno per quello che ha fatto. Se fosse vero che ha avuto una conversione, la prima cosa che avrebbe dovuto fare sarebbe stata quella di chiedere scusa a tutti noi per averci sottoposto a quello che abbiamo dovuto vivere. Che lui sia pentito e abbia avuto una conversione... a questo non credo proprio».

Pensa mai alle vittime della strage? Che cosa si sente di dire?

«Certo che ci penso e in un preciso momento, quando ho visto il nome di mio padre accostato alla strage, ovviamente ho pensato al senso di vergogna, alla rabbia e al profondo senso di schifo se risultasse colpevole di questo atto ignobile. Ho pensato diverse volte di scrivere una lettera ai familiari delle vittime per far sentire loro la mia vicinanza, ma non era facile e mi era stato consigliato di non espormi. Quello che intendo dire in ogni caso è che io non posso chiedere scusa per quello che non ho fatto, le colpe di un padre sono solo sue. Ai familiari delle vittime della strage dico di resistere e di tenere ancora duro. Hanno combattuto, sofferto e tenuto duro per quarant'anni per sapere la verità. Ora devono avere giustizia, perché è questo che meritano i loro cari».

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