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Gli indizi contro lo zio Danish e quello che non ha ancora chiarito

Non solo le dichiarazioni del nipote e i video, ma anche la chat con una donna dove parlava di «un lavoro ben fatto»

NOVELLARA. Vittima di una macchinazione. Danish Hasnain lunedì davanti al giudice Luca Ramponi si è dipinto in questo modo e ha rigettato le accuse. Il 34enne ha provato a fornire una spiegazione plausibile degli elementi che gli inquirenti hanno raccolto contro di lui e in base ai quali viene considerato l’organizzatore e l’esecutore dell’omicidio di Saman Abbas, la 18enne scomparsa il 30 aprile scorso e che gli inquirenti ritengono sia stata condannata a morte per essersi ribellata alle consuetudini culturali e religiose del clan familiare. Il quadro indiziario resta pesante e non risulta che l’uomo abbia fornito risposte a tutti gli aspetti dubbi, anche se ovviamente avrà tempo per farlo.

«Ho tanta paura»


Tra gli elementi che mettono nei guai il pakistano c’è la conversazione su WhatsApp e finita agli atti con una donna alla quale è legato sentimentalmente. Parliamo della chat dove scrive: «Abbiamo fatto un lavoro fatto bene. Non ti preoccupare». Per gli inquirenti si sta riferendo all’omicidio e soprattutto all’occultamento del cadavere. In quella chat Hasnain informa la donna del ritorno in Pakistan «per sempre» dei genitori di Saman, mentre la ragazza, sostiene, tornerà in un secondo momento. «Non chiederanno tutti dove sono i figli?», chiede la sua interlocutrice. «Glielo diranno loro quando tornano», la risposta lapidaria.

Nella conversazione entrambi si mostrano preoccupati e si consigliano di cancellare i messaggi. «Ho tanta paura», dice lui. «Che non succeda qualcosa a te», è l’auspicio della donna.

La scomparsa

Il fratello di Saman, ancora minorenne, ha raccontato in incidente probatorio che la notte del 30 aprile, quella della scomparsa, la sorella uscì di casa dopo una lite con la famiglia con uno zaino, e a quel punto i genitori avrebbero chiamato lo zio Danish per riportarla indietro. In seguito, sarebbe stato il padre a tornare a casa con lo zaino e senza Saman.

Le immagini del sistema di videosorveglianza dell’azienda mostrano poco dopo mezzanotte Saman e i suoi genitori. Mamma e figlia si avviano verso una carraia e poi i genitori rientrano dopo qualche minuto in casa da soli. Il padre poco dopo riesce e rientra nuovamente con qualcosa che si ritiene possa essere lo zaino della figlia. Glielo ha consegnato qualcuno? Lo zio non viene inquadrato.

Il fratello ha raccontato che Danish gli avrebbe confessato il delitto, senza rivelare il luogo di sepoltura del cadavere, ed altre circostanze che suffragherebbero la tesi che l’uomo sarebbe stato l’ideatore di tutta questo crimine. Ma Hasnain nell’interrogatorio di garanzia ha adombrato l’ipotesi che le accuse nei suoi confronti siano l’espressione di un piano per incastrarlo. A quale scopo? Per motivi economici, legati a un terreno di cui sarebbe comproprietario insieme al padre.

pressioni sul fratello

Le prove della macchinazioni ai danni di Hasnain non sono ancora saltate fuori. In compenso ci sono le tracce del fatto che qualcuno si sarebbe premurato di fornire al fratello di Saman una versione precostituita e non certo per accusare lo zio.

Il 5 maggio scorso il fratello di Saman ha ricevuto un messaggio audio da una donna non identificata, munita di utenza inglese, nel quale si esorta il minore a non dire nulla a nessuno, ma di riferire semplicemente che la mamma stava male e che pertanto il padre l’avrebbe portata in Pakistan. «Devi dire questa cosa, ok? Non devi dire nient’altro. Qualsiasi persona ti chiede qualcosa figlio mio non devi dire niente. Anche nella tua testa deve essere così, che è andata via come era andata via prima». Il riferimento è ai precedenti allontanamenti della 18enne.

La fuga precipitosa di tutto il nucleo familiare, senza nemmeno che qualcuno si prendesse la briga di informare il datore di lavoro di Novellara, è indice per gli investigatori del fatto che sia avvenuto un illecito gravissimo. Un altro indizio è quello relativo alle immagini del 29 aprile nelle quali si nota lo zio e i due cugini armati di pala, piede di porco e un sacco nell’azienda di Novellara. «Stavamo andando a lavorare nell’orto», è la spiegazione fornita dall’indagato. Gli inquirenti non escludono che tale passaggio sia un depistaggio, visto che tutti erano a conoscenza delle telecamere.

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