Giustizia, i maxi processi pesano su Reggio. Musti: «Emilia-Romagna terra di mafia»

Per la procuratrice generale questo territorio resta «una preda ambita». Undici posti vacanti: frena l’efficienza del tribunale

REGGIO EMILIA. «Il distretto dell’Emilia-Romagna è, a buon titolo, un distretto di mafia». Una pervasività testimoniata in lungo e in largo anche dai maxi processi istituti dalla Direzione distrettuale antimafia. Gli stessi processi che stanno affaticando in maniera ormai strutturale la macchina della giustizia reggiana, quella che è stata alle prese con procedimenti emblematici contro la ’ndrangheta al nord come Aemilia piuttosto che quello sulle fatture false denominato Billions. Siamo infatti nella terra dove «si celebrano i cosiddetti maxi processi», ha detto ieri Lucia Musti, procuratore generale di Bologna, nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario, in cui ricorda anche l’impatto di processo sugli affidi dell’unione Val d’Enza con sede a Bibbiano, in cui chiede una pronuncia di primo grado celere come per gli abbreviati. Certo è che l’anno passato, per Reggio, è stato caratterizzato ancora da processi e inchieste di vasta portata.

IL RADICAMENTO


Due snodi della lotta alle mafie, secondo Musti, sono la sentenza in appello - che ha ribaltato il giudizio di primo grado - infliggendo quattro ergastoli per due omicidi del 1992 a Reggio Emilia e Brescello, anche al boss Nicolino Grande Aracri. Ma c’è anche la condanna a 14 anni di Gianluigi Sarcone, residente a Bibbiano «esponente di spicco di potentissima famiglia ndranghetista».

«Dobbiamo evidenziare che all’iniziale infiltrazione delle mafie nella nostra regione è succeduto l’insediamento, fino all’attuale radicamento», ha osservato Musti. Da indagini e processi, ha detto, «è evidente che non è più questione di presenza di mafiosi, di diffusione di mentalità, ma piuttosto di condivisione del metodo mafioso anche da parte di taluni cittadini emiliano-romagnoli, imprenditori, cosiddetti colletti bianchi, ovverosia professionisti, i quali hanno deciso che “fare affari” con la ’ndrangheta è utile e comodo. Alla condivisione è seguita la nascita di un metodo nuovo mafioso autoctono dell’Emilia-Romagna, che risente fortemente del territorio altamente produttivo» definito «una preda ambita».

PROCESSI LENTI

Gli uffici del giudice per l’indagine e dell’udienza preliminare (Gip e Gup) nei tribunali ordinari del distretto contano 50.350 procedimenti iscritti (+4,1% rispetto al periodo precedente), definiti sono invece 49.293 (-5,3%), pendenti 38.723 (+2,2%). A preoccupare è la durata media presso gli uffici Gip/Gup, che nell’ultimo anno è di 195 giorni (in calo rispetto ai 229 del periodo precedente), dove maglia nera è Reggio con 295 giorni contro il minimo di Ferrara (86 giorni. In particolare, quanto alla durata media nel rito monocratico, gli uffici più celeri si sono rivelati i tribunali di Ravenna (media 381 giorni) mentre tra i meno celeri c’è Reggio Emilia. Nel rito collegiale si distinguono per celerità i tribunali di Piacenza (492 giorni), Forlì (501 giorni) mentre va peggio a Reggio (655) e Modena (612 giorni).

PERSONALE CARENTE

A Reggio sono 11 i posti vacanti, il 14% sul totale. La presidente del tribunale di Reggio Emilia, Cristina Beretti, rileva poi «che la pandemia non ha rallentato il contenzioso matrimoniale e di famiglia» ma «lamenta la carenza di assistenza tecnica informatica, e l’insufficienza del personale amministrativo per gestire il flusso degli atti telematici generato dalle udienze cartolari e il largo uso del deposito telematico anche laddove sarebbe consentito il cartaceo». Reggio spicca in regione anche per l’incidenza delle prescrizioni: sono state il 19,5% quelle definite davanti al giudice monocratico reggiano.

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