I genitori latitanti e protetti in Pakistan

Saman uccisa per avere rifiutato un matrimonio combinato Gli indagati sono cinque, in carcere si trova anche un cugino

NOVELLARA. Dallo scorso 5 maggio gli inquirenti indagano sulla scomparsa della 18enne pakistana Saman Abbas dall’abitazione dove risiedeva con i genitori e il fratello minore, in via Colombo a Novellara, presso l’azienda agricola “Le Valli”.

Danish Hasnain, zio 34enne della ragazza, arrestato il 22 settembre a Parigi, è accusato di avere orchestrato l’omicidio della nipote – colpevole agli occhi del clan familiare di avere rifiutato le nozze con un cugino in Pakistan – e di averlo eseguito materialmente, occultando poi il cadavere, che non è mai stato ritrovato. Il tutto con la complicità degli stessi genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, fuggiti in Pakistan dove tutt’ora si trovano (si ritiene protetti da una estesa rete di complicità familiari), e di due cugini della giovane, Ikram Ijaz, che è recluso in carcere a Reggio Emilia dopo la sua estradizione dalla Francia, dove era stato arrestato nel maggio scorso, e Nomanhulaq Nomanhulaq, tutt’ora latitante.


A incastrare lo zio sono state soprattutto le parole del nipote ora quasi 17enne, fratello di Saman, ritenute attendibili dagli inquirenti. Il minorenne ha riferito che Danish gli avrebbe confidato la sorte della sorella con queste crude parole: «L’ho uccisa. Non dirlo ai carabinieri».

Il caso di Saman è complicato dal fatto che il corpo non è mai stato trovato. L’unico ad avere rotto il muro dell’omertà è il fratello della ragazza, che però non ha fornito indicazioni utili per il ritrovamento del cadavere.

L’omicidio della ragazza per gli inquirenti è avvenuto con l’avallo dei genitori. Il minorenne, ascoltato da un giudice, ha sostenuto che i coniugi sarebbero stati succubi dello zio.

Danish Hasnain alle 19.33 del 29 aprile scorso era stato ripreso da una delle due telecamere dell’azienda agricola dove lavoravano gli Abbas assieme ai cugini della ragazza Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq. I tre avevano una pala e un piede di porco in mano. Gli inquirenti non escludono che quel passaggio sotto le telecamere, di cui erano a conoscenza, possa rappresentare un tentativo di depistaggio.

A fine anno si è tornati a parlare del caso della ragazza scomparsa. Il 29 dicembre scorso, infatti, la procura di Reggio Emilia ha affidato ai Ris di Parma l’analisi di un frammento osseo, presumibilmente un cranio umano, al fine di sapere se possa essere riconducibile a quello della ragazza pakistana. Il frammento sarebbe stato individuato dai carabinieri nell’area del Lido Po di Boretto, dopo che il fratello della 18enne aveva detto al giudice per le indagini preliminari di avere sentito un parente, in una riunione di famiglia, che avrebbe parlato di «farla in piccoli pezzi».

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