Perseverance, l’accusa stanga la cosca Il pm chiede il rinvio a giudizio per tutti

A Bologna il gup ammette tutte le parti civili. Una trentina di nomi noti su 48 imputati si avviano verso il rito abbreviato



reggio emilia. «Sulla cosca emiliana di ’ndrangheta in capo ai fratelli Sarcone, da Edilpiovra ad Aemilia, si è consolidato un quadro indiziario talmente forte da consentire a tutte le articolazioni di polizia giudiziaria di svolgere attività di indagine che hanno portato a scoprire gli ultimi fatti, con addentellati non solo nel reggiano ma in tutta l’Emilia-Romagna. Fatti che sono stati riuniti in questo procedimento per ragioni di economia processuale». Con queste argomentazioni il pm della Dda Beatrice Ronchi, ieri nell’aula bunker del carcere della Dozza a Bologna, ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti i 48 imputati, sottolineando la «continuazione» degli affari della ’ndrangheta nostrana che ha “perseverato” e resistito ai continui arresti: in tutte le sedi immaginabili, dall’interno dei nuclei familiari fino ai rapporti di potere in carcere, dalle false testimonianze alla girandola di prestanome per fatture false ai tentativi di occultare beni. Da qui il nome dell’operazione “Perseverance” e “Perseverance bis”, condotte a marzo e ottobre 2021 dalla Squadra Mobile di Reggio contro i reggenti delle famiglie Muto e Sarcone e contro i reggenti dei Procopio di Gualtieri.


L’omonimo processo, davanti al gup Claudio Paris, è alle prime battute, ma nell’udienza di ieri le posizioni hanno iniziato a prendere forma.

In apertura di seduta il giudice ha ammesso in toto la costituzione di una decina di parti civili – tra enti locali, istituzioni e associazioni – che in precedenza lo avevano richiesto: il Comune e la Provincia di Reggio, la Regione, il Comune di Gualtieri, il Comune di Cadelbosco, la Cgil di Reggio e la Cghil Emilia-Romagna, la Cisl e la Uil regionali e l’associazione Libera.

Durante un’arringa durata mezz’ora il pm Ronchi ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti coloro che non hanno ancora scelto riti alternativi. Costoro si preannunciano pochini, perché la quasi totalità dei nominativi eccellenti e ricorrenti in parecchi processi sulla ’ndrangheta nostrana – sui quali pende l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso – hanno chiesto il rito abbreviato: tra questi i Sarcone (Nicolino, Carmine, Gianluigi, Giuseppe Sarcone Grande e Giuseppina Sarcone), Giuseppe Caso, Gianni e Antonio Florovito, Giuseppe Friyo, Cesare e Salvatore Muto, Salvatore Procopio classe 1974 e classe 1979, Domenico Sestito, Antonio Silipo e Palmo Vertinelli.

Alcuni legali hanno trovato un accordo con l’accusa e intendono patteggiare: tra gli altri Giuseppe Giglio, il pentito di Aemilia, e figure minori.

Altri legali hanno sollevato eccezioni di incompetenza territoriale, come Luca Brezigar, difensore dei coniugi Alberto Alboresi, 47 anni, e Genoveffa Colucciello, 57, detti “il gigante e la bambina”, residenti a Soliera (Mo), che in questo procedimento compaiono per una tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso per tramite dei Muto; secondo l’avvocato sarebbe competente il tribunale di Prato e non quello di Bologna. Tra l’altro la coppia è stata colpita, la settimana scorsa, da un maxi sequestro preventivo per equivalente da 700mila euro (terreni e una villa) emesso dal Tribunale di Reggio dopo le indagini della squadra Mobile. Una misura patrimoniale che dimostra come i diversi rivoli di Perseverance continuino a sfociare in ulteriori iniziative giudiziarie.

Poiché diversi avvocati mancavano all’appello e altri hanno chiesto l’abbreviato condizionato è prematuro definire le singole posizioni degli imputati. Ma è facile prevedere che alla sbarra ne rimarranno ben pochi (e non di primo piano) nel procedimento ordinario che si svolgerà nella nostra città.

La prossima udienza del 9 febbraio sarà dedicata al completamento del puzzle dei riti e alle decisioni del giudice sulle questioni sollevate.

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