«È stato un intervento lungo e complesso ma alla fine abbiamo salvato il bambino»

Il dottor Roberto Piro racconta l’operazione d’emergenza grazie alla quale è stata rimossa l’arachide inalata dal piccolo



REGGIO EMILIA. «È stato un intervento molto lungo e complicato, abbiamo dovuto fare diversi tentativi prima di riuscire a estrarre il corpo estraneo, ci sono stati momenti in cui abbiamo temuto il peggio, ma poi è andato tutto bene, siamo davvero contenti». A parlare è il dottor Roberto Piro, responsabile della Pneumologia Interventistica dell’ospedale Santa Maria Nuova, uno dei professionisti che sabato sera hanno salvato la vita a un bimbo di appena due anni portato in ospedale dopo aver inalato un’arachide. «Il bambino – racconta Piro – stava mangiando delle noccioline che i genitori avevano tagliato in piccoli pezzi per evitare che potessero andargli di traverso. Uno di questi pezzi, però, invece di andare nell’esofago è finito nella trachea e ha raggiunto i bronchi, occludendo un polmone. Il piccolo ha iniziato a tossire, i genitori si sono allarmati e l’hanno portato al pronto soccorso, dove i medici hanno immediatamente capito la situazione: la nocciolina era finita nell’apparato respiratorio».


A quel punto cosa è successo?

«Se l’arachide fosse stata intera avrebbe occluso la trachea portando a morte immediata del bambino, noi in questo caso abbiamo avuto più tempo per intervenire, ma non troppo. Quando un corpo estraneo raggiunge l’apparato respiratorio si genera una reazione infiammatoria che riduce o impedisce il passaggio di aria, e se a un certo punto, per un colpo di tosse o un movimento, il corpo estraneo si sposta andando a occludere un’altra parte, può esserci anche un esito fatale. Per evitare tutto questo io e altri miei colleghi, in quel momento tutti fuori servizio, siamo stati chiamati e ci siamo precipitati in ospedale».

Come avete fatto a rimuovere la nocciolina?

«Il bambino è stato addormentato e intubato, poi siamo entrati nelle vie aree con un broncoscopio rigido di piccole dimensioni (4,5 millimetri di diametro esterno e 4 millimetri di diametro interno). Dopo aver localizzato il corpo estraneo lo abbiamo raggiunto con una particolare sonda che ghiacciandosi ha aderito alla nocciolina, quindi l’abbiamo estratta».

Quanti interventi come questo ogni anno?

«Circa cinque. Ma gli episodi di soffocamento da cibo nei bambini sono sottostimati perché, per fortuna, molti si risolvono spontaneamente con i colpi di tosse o comunque vengono risolti a casa senza bisogno di accedere al pronto soccorso. Va purtroppo ricordato che ogni anno in Europa muoiono 500 bambini per inalazione di corpo estraneo. Il cibo nei bambini è la causa più frequente di soffocamento ma non è la sola: qualche tempo fa abbiamo operato un bimbo di pochi mesi che aveva inalato il tappino di una biro, dopo averlo trovato sul pavimento. L’inalazione di corpi estranei capita anche nei pazienti adulti con un alterato stato della coscienza: negli anziani ci capita di rimuovere protesi dentarie, ad esempio».

La Pneumologia Interventistica si occupa però anche di altro.

«La parte preponderante della nostra attività consiste nel disostruire le vie aree occluse da masse tumorali. Le neoplasie polmonari possono infatti occludere i bronchi, impedendo il passaggio dell’aria nel polmone: in questi casi possiamo scavare nella massa tumorale o metter protesi per far passare l’aria. In media eseguiamo una trentina di questi interventi all’anno».

Il Covid ha cambiato il vostro lavoro?

«La Pneumologia Interventistica è una branca della Pneumologia, da due anni in prima linea nella gestione dei pazienti Covid. La nostra equipe è formata da cinque pneumologi interventisti e sei infermieri, ma tutti noi oltre al nostro specifico ambito di competenza ci occupiamo dei pazienti Covid, che nel nostro reparto hanno insufficienze respiratorie gravi e sono ventilati. Da due anni lavoriamo quasi senza sosta, con turnazioni molto pesanti. All’inizio eravamo spaventati dalla malattia che non conoscevamo e non avevamo vaccini ma ci confortava l’appoggio dei cittadini, oggi la situazione è migliorata se guardiamo ai primi due aspetti ma la stanchezza si fa sentire. E quando capita di curare persone che addirittura ci incolpano di quanto accaduto è molto spiacevole. Ogni medico, ogni infermiere è prima di tutto una persona».

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