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«Temevo più il vaccino del Covid: sono viva grazie a medici e sanitari»

Il racconto di una 55enne di Reggio Emilia: «Preoccupata dalle parole in tivù di chi era contro l’iniezione: ma ho rischiato di perdere la vita»

REGGIO EMILIA. «Provo un senso di colpa per non essermi vaccinata perché chi mi ama avrebbe potuto perdermi. Ma provo anche una profonda gratitudine per medici e infermieri reggiani che mi hanno curata, al pari di tutti gli altri. Chi dice che si fanno distinzioni in corsia tra vaccinati e non dice una sciocchezza. L’errore è stato quello di farmi vincere dalla paura del vaccino: temevo di lasciare sole mia mamma e mia sorella, che hanno bisogno di me. Ma il vero pericolo era il Covid. E ora che mi sono salvata devo dirlo a quante più persone possibile: vaccinatevi e siate grati a chi ci sta lavorando per salvarci la vita».

Il 12 novembre scorso Elisabetta Montanari si è ammalata. Quello che credeva essere il tormento inflittole dalla solita tosse stagionale si è rilevato essere invece il Covid che l’avrebbe costretta a delle cure salvavita. «Non avevo fatto molto caso a quella tosse, non penso sempre al Covid. Però avevo paura del vaccino e così ho lasciato perdere. Non sono una no-vax né credo ai complotti: ero semplicemente sopraffatta dal timore delle possibili conseguenze dell’iniezione, visto che ho un problema di salute e visto che dal mio aiuto dipendono anche due famigliari. Il terrore, per me, era doverle lasciarle sole perché il vaccino poteva avere effetti imprevisti. E invece è stato l’esatto contrario e ho rischiato di lasciarle davvero sole per sempre».


L’effetto è stata la malattia conclamata e che l’ha posta sull’orlo di un precipizio nel giro di pochi giorni. Il test non lascia spazio a dubbi: Elisabetta, 55 anni, ha il Covid. Viene subito attivata l’Usca: «Sono venuti quella stessa sera alle 11. Mi hanno fatto la lastra ai polmoni e avevo già una polmonite bilaterale aggravata. Tempo un giorno per sistemare la mia adorata cagnolina Guenda, ho chiamato l’ambulanza e mi sono fatta portare immediatamente in ospedale».

Da lì inizia il calvario della donna, travolta dalla malattia. «Mi hanno ricoverata agli Infettivi ma hanno subito visto un aggravamento e sono finita in Rianimazione». Elisabetta sembra aver imboccato una strada senza ritorno, almeno ai suoi occhi. L’insufficienza respiratoria è grave ma su di lei vegliano giorno e notte le equipe dei vari reparti che segneranno le tappe del suo percorso verso la guarigione. «Avevo paura di morire soffocata - racconta riportando alla mente un ricordo che la costringe ancora una volta alle lacrime - Sono stata sedata e ricordo poco dei 10 giorni di terapia intensiva: respiravo sempre peggio e mi hanno dovuta intubare. Poi, dopo diversi giorni di cura, sono riusciti a risvegliarmi e mi hanno messo il casco che dovevo tenere 24 ore al giorno. Ero terrorizzata, pensavo alla mia famiglia e ho capito di aver sbagliato a lasciarmi sopraffare dalla paura del vaccino. Ho passato un mese in ospedale così, tra la vita e la morte». Poi la prima ha prevalso ma lo strascico psicologico è profondo. Ed è per questo che Elisabetta ha deciso di parlare a più persone possibile, perorando la causa collettiva della vaccinazione. «Rispetto tutti e la libertà di ciascuno: conosco molti no-vax e il mio è un messaggio di affetto» dice: «Durante quel lungo periodo in ospedale ho pensato a quanto mi è successo. La mia paura è nata da un’indecisione. In televisione c’erano molte persone che davano contro il vaccino e con grande forza. Mi sono fatta prendere da questa paura sulla spinta di chi si contrapponeva alla scienza. Così mi son detta “Vabbè, per adesso non mi vaccino. Mi prendo un po’ di tempo e lo faccio più avanti”. Ma il tempo è passato e il Covid è arrivato. Mi sono fatta influenzare da quello che sentivo in tivù ma quella paura è stata una condanna ben peggiore di un vaccino». Dopo un mese in ospedale, con il ricovero finale al Magati di Scandiano, Elisabetta è riuscita a riaversi, con un unico obiettivo in testa: «Dovevo rimettermi per mia mamma e mia sorella, per riabbracciare il mio cane e tornare alla mia vita. Quando sono entrata in Rianimazione ho avuto tanta paura di morire, molta più che del vaccino. Mi emoziono ancora a pensare alla sfida per la vita che ho avuto davanti, al fatto di non poter più vedere la mia famiglia, gli affetti, gli amici, la mia casa. Psicologicamente è devastante. Poi però arriva il momento di reagire e io l’ho fatto. Non mi sono mai lamentata. Però ho toccato la morte con mano e a salvarmi sono stati i medici, infermieri ma anche tecnici e le addette alle pulizie. Perché quella che hanno messo in piedi a Reggio e provincia è una macchina salvavita dove tu sei inerme e loro, come ci dicevano, diventano le nostre braccia e le tue gambe. Fanno di tutto per portarti verso la salvezza e per questo non ci devono essere dubbi: dobbiamo solo essergli grati e aiutare loro e noi stessi vaccinandoci».

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