Gli ’ndranghetisti su Alboresi «Quello non mi lascia in pace»

reggio emilia. «È venuto lì? Per l’amor di Dio, questo non ti lascia andare in pace».

Così in un’intercettazione gli ’ndranghetisti definiscono Alberto Alboresi, che commette l’errore di presentarsi di persona alla carrozzeria di Giuseppe Sarcone Grande insistendo affinché portasse a termine il recupero crediti.


I coniugi di Soliera figurano nell’avviso di conclusione indagini preliminari dell’operazione Perseverance del 7 ottobre 2021, firmata dal pm della Dda Beatrice Ronchi, per una tentata estorsione (con parecchie aggravanti, la principale è quella dell’associazione mafiosa, ma anche fatture false) che ha quasi scatenato una guerra tra due cosche, quella dei Grande Aracri di Cutro e quella dei Farao di Cirò.

Per quella vicenda la coppia modenese – in concorso con Salvatore Muto, 36 anni, Domenico Cordua, Giuseppe Fryio, Giuseppe Sarcone Grande (il reggente degli ’ndanghetisti emiliani in quel momento, prima d’essere arrestato), Giuseppe Caso, Angelo Caforio e Mario Aguzzoli, tutti nominativi ricorrenti in Perseverance bis e ter – è accusata di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e di fatture false.

Nel 2019 i modenesi si rivolgono a Muto e ai sodali contro Luciano Scalmato, detto “presidente” o “lo scoiattolo”: a detta degli Alboresi, Scalmato ha un debito, per pregresse truffe e frodi fiscali, due milioni e 700mila euro.

Poiché Scalmato è di parere opposto, i coniugi si rivolgono al sodalizio ’ndranghetistico emiliano incaricandolo del recupero crediti. L’11 gennaio 2020 Cordua e Friyo si presentano nell’abitazione di Potenza di Scalmato, consegnando una busta con documenti del debito da estinguere ma anche fotografie dei familiari.

«C’erano le foto della moglie, del figlio, di uno che parlava della nipote... quando le ha visto si è spaventato». Scalmato chiede la protezione di Vincenzo Fustilla, un esponente della ’ndrangheta di Cirò operante in Toscana.

Da qui nasce una girandola di incontri, ultimatum e mediazioni che vanno avanti tra Modena, Reggio (la sede preferita degli incontri, per ovvi motivi), Parma, Fidenza e Prato per quasi un anno, fino al novembre 2020.

In una circostanza Scalmato viene aggredito fisicamente provocandogli un pianto terrorizzato («si è messo a piangere, un bordello...», «dice che lui soldi non ne ha... se è una vita che fa truffe...»).

È costretto a intervenire Giuseppe Sarcone Grande, che media con l’altro clan e che cerca di stringere, presentandosi a un incontro con la pistola. «Io avevo la pistola sotto al tappeto, con i piedi sopra così, non mi potevo muovere». «Questo deve cacciare i soldi... chiudiamo la partita... se no arrivo là e gli vado a buttare una bomba». Al presunto debitore: «Vedi che hai due famiglie in collo (addosso, ndr)». Siamo a maggio e subentra prima il lockdown e poi la sorveglianza speciale di Giuseppe Sarcone Grande, che non può più muoversi da Reggio, nonostante l’insistenza di Alboresi. La vicenda si conclude con un nulla di fatto.

Am.P.

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