Webranking, balzo nel 2021. «Assunti altri 60 giovani: reclutarli resta una sfida»

La società che offre servizi digitali chiude con il record di dipendenti e fatturato.  Sciutto: «Aiutiamo le aziende a fare soldi sfruttando il mondo digitale e del web»

L’Italia è un paese tradizionalmente analogico che nel giro di un paio d’anni è stato costretto a compiere un balzo nell’era digitale in grado di farci riavvicinare all’avanguardia del nord Europa. Per ovviare all’isolamento da Covid e non bloccare la macchina economia e sociale, l’offensiva alla pandemia ha riportato in pista, infatti, un sistema paese appesantito e poco aggiornato, facendo sbarcare in massa sul web enti pubblici e aziende private.

Da sinistra Stefano Caffagni, Andrea Storchi e Nereo Sciutto, fondatori di Webranking

Un calcio al Novecento che ha spinto la crescita di web agency del calibro di Webranking, azienda di Correggio con sedi anche al Parco Innovazione di Reggio e a Milano, Cagliari e Vancouver, la cui missione nell’ultimo quarto di secolo è stata quella di aiutare imprese ad emergere dal mare magnum di web e social per aumentare affari e redditività. Una realtà “costretta” a sua volta ad accelerare un già complesso processo di ricerca, assunzione e formazione di giovani, considerati figure rare perché contese da un numero crescente di aziende. «Ne abbiamo assunti ben 61 solo nel 2021, che si sono aggiunti ai 120 che già avevamo», racconta Nereo Sciutto, amministratore delegato e co-fondatore insieme a Stefano Caffagni e Andrea Storchi di Webranking, che ha chiuso il 2020 con ricavi a 22,2 milioni e un 2021 record in crescita di un altro 50%, puntando ad assumere almeno altri 20 talenti entro l’anno in corso, superando quota 200.


Sciutto, si può dire che siete un’azienda professionalmente matura ma molto ricercata dai giovani?

«Le risorse umane sono molto importanti da noi. Webranking esiste da 24 anni, che nel digitale è un’epoca. Questo è un settore dove un piano a tre anni rischia di diventare vecchio anzitempo. Abbiamo dipendenti con età media di 32 anni, che è più alta rispetto alla concorrenza ma perché puntiamo su un mix necessario di novità ed esperienza. Noi possiamo dire che abbiamo visto nascere Google e Facebook e che oggi sono i nostri principali partner».

Il vostro mercato è in forte espansione: crescerete a tassi di occupazione ancora così alti?

«Il 2022 sarà un anno dedicato alla digestione. Faremo altre 20/30 assunzioni ma è nostra intenzione crescere senza bruciare le tappe perché chi arriva qui ha bisogno ancora di formazione e il disequilibrio tra chi cerchiamo e cosa offre il mercato del lavoro è ancora ampio».

Chi arriva da voi riceve un kit di benvenuto con un portatile, una postazione, lavoro agile e tanta formazione. È questo che cercano le nuove leve?

«Diciamo che noi impieghiamo molte professionalità: andiamo da chi ha fatto il Dams a ingegneria. Ma purtroppo il mismatch tra noi e l’offerta di candidati è ancora forte. Difficile trovare qualcuno che con le triennali tradizionali abbia la formazione giusta. Serve cercare tra gli studenti con master, spesso fuori dal territorio, con la convinzione che l’università italiana su certi temi ha dieci anni di ritardo. Per questo il corso in digital marketing di Unimore a Reggio Emilia è un’ottima iniziativa. Servono ragazzi con soft skills, curiosi e a cui piace il settore digitale. Poi noi li formiamo di continuo: pensi che una volta abbiamo assunto un geologo perché ci interessava la sua successiva formazione nel digitale».

Questa però è una terra di meccanica. C’è spazio per tutto questo digitale?

«Sicuramente sì, basti pensare alla meccatronica, che è stata uno sfogo naturale della meccanica. Ora il digitale serve per sviluppare e comunicare valori rilevanti, come il made in Italy, che hanno un’eco mondiale e che passa attraverso anche infrastrutture tecnologiche sempre più necessarie nelle aziende. E qui rileviamo spesso un altro ritardo importante».

Non dovreste avere però difficoltà a trovare giovani. Il mondo digitale non è il loro punto di riferimento?

«Diciamo che la generazione Z, quella dei più giovani, è complessa. È una generazione che punta alla crescita veloce e totale. Vogliono raggiungere in breve tempo posizioni di prestigio, non tollerano imprenditori o aziende di vecchio stampo ma cercano un ambiente sano, stimolante, con dei valori e che rispetti le differenze e anzi che ne coltivino al proprio interno, che abbiano un occhio anche ai generi e a modalità di lavoro più moderne, altrimenti se ne vanno innescando un forte turnover. Noi da tempo abbiamo introdotto meritocrazia, parità salariale e siamo stati inseriti nella lista dei great place to work. Cerchiamo di coltivare al meglio questi giovani e i loro talenti».

Come avete organizzato questa crescita impetuosa in tempi di smart working?

«Ci siamo riusciti solo perché eravamo in anticipo sui tempi e avevamo già collaudato lo smart working, vincendo anche un premio. Ma quello del 2020 non era smart, è stato lavoro da remoto per tutti. Però noi ci siamo riusciti perché avevamo già tutto sul cloud e non abbiamo mai fatto cassa integrazione, scegliendo di restare al lavoro e fare formazione per i dipendenti anche quando gli altri si erano fermati, organizzando dei caffè virtuali con i nostri collaboratori e sondando anche il loro stato psico-fisico».

Il digitale in Italia è la vera grande rivoluzione?

«Sì ma c’è ancora molto da fare. Le vendite sono ancora marginali. Abbiamo sul web un settimo dei soldi del Regno Unito. Noi aiutiamo le aziende a guadagnare usando anche internet. Da chi non era ancora sbarcato a chi, come Ikea, sfrutta i nostri servizi digitali per portare la gente nei negozi. L’importante è consolidare questa crescita».