Covid, superperizia sulle 18 morti sospette in casa protetta

L'inchiesta: saltate le riesumazioni, la pm Giannusa ha voluto, e ora ha sul tavolo, una corposa consulenza di quattromila pagine

MONTECCHIO. Non si ferma la delicata inchiesta – coordinata dalla pm Piera Giannusa – incentrata sulle diciotto morti sospette, in piena pandemia, nella Casa della carità “San Giuseppe”. Nel mirino quanto accaduto dal primo febbraio all’11 aprile 2020.

Per sei mesi – dal luglio 2020 al gennaio 2021 – è stata battaglia legale fra il magistrato inquirente e i difensori dei 5 indagati (accusati di omicidio colposo e delitto colposo contro la salute pubblica) nelle pieghe dell’incidente probatorio richiesto dalla pm Giannusa con l’obiettivo di riesumare le salme (3 deceduti erano già stati cremati, quindi si trattava di 15 cadaveri) e accertare attraverso l’autopsia se quelle morti fossero o meno legate al Covid. Una riesumazione collettiva osteggiata dalle difese e che poi non è avvenuta sulla base di due momenti giudiziari. In tribunale a Reggio Emilia – nel settembre 2020 – il gip Andrea Rat si era opposto con ordinanza sulla base delle conclusioni del perito (il professor Claudio Buccelli aveva spiegato che qualora fossero riesumate le salme, le autopsie non garantirebbero che le cause di morte siano ascrivibili al Coronavirus). In seconda battuta – a Roma – nel gennaio 2021 la quarta sezione penale della Cassazione ha respinto il ricorso della pm ritenendolo inammissibile. La Suprema Corte non ha rilevato «profili di abnormità» nell’ordinanza del gip Rat (come sostiene la Procura) ritenendolo «non estraneo al sistema processuale, in quanto si tratta – si legge nella sentenza – di un atto pienamente conforme al modello generale di decisione che il giudice per le indagini preliminari può adottare nell’esercizio del suo potere discrezionale di valutazione dell’utilità della prova». E sempre la Cassazione rimarca poi che «nessuna stasi del procedimento è ravvisabile. In conseguenza del rigetto dell’istanza di incidente probatorio, al pubblico ministero, al quale gli atti sono restituiti, non è precluso proseguire le indagini preliminari». E in effetti la pm Giannusa ha continuato ad indagare, tramite la consulenza di un perito che ha valutato le cartelle cliniche, i diari infermieristici di ciascun deceduto e gli accertamenti effettuati dai carabinieri del Nas di Parma nella struttura per anziani. Un lavoro approfondito ora finito in una perizia di circa 4mila pagine già in mano alla titolare dell’inchiesta. Quindi l’inchiesta rimane aperta, con 5 indagati: don Angelo Orlandini (61 anni, presidente, residente a Montecchio, difeso dai legali modenesi Nicola Termanini e Roberto Mariani), mentre Fabrizio Bolondi (55 anni, direttore, di San Polo) e Beatrice Golinelli (49 anni, coordinatrice, residente a San Polo) sono assistiti dall’avvocato Nino Ruffini, inoltre l’avvocato Alessandro Sivelli tutela Andrea Muzzioli (modenese 52enne, responsabile prevenzione e sicurezza per i dipendenti) e l’avvocato Enrico Della Capanna assiste Paolo Formentini (medico del lavoro 70enne di Reggio Emilia).


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