Nasce “Punto Croce” l’atelier sartoriale dove si crea inclusione

Nuovo progetto per migranti gestito dalla Dimora d’Abramo: «Non solo un luogo di lavoro, ma anche di accoglienza»

REGGIO EMILIA. Un luogo di lavoro, inclusione, formazione, ma anche di relazioni con la città e il quartiere: così la cooperativa sociale Dimora d’Abramo presenta l’atelier sartoriale “Punto Croce”, laboratorio aperto da pochi giorni nel quartiere Santa Croce. «La nascita e il decollo del laboratorio – spiega Luigi Codeluppi, presidente della cooperativa, da oltre vent’anni attiva sul fronte dell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo – è parte importante degli investimenti che come Dimora d’Abramo continuiamo a fare e che proprio un anno fa ci hanno consentito di aprire “Casa Berta”, in città, per famiglie italiane e straniere in temporanea difficoltà abitativa e, anche questo pochi mesi fa, di riaprire la comunità don Altana per donne con bambini».

A “Punto Croce” lavorano oggi due atelieriste (una italiana, una brasiliana), associate a tre tirocini formativi (due uomini del Sud Sudan e una donna ivoriana), che si occupano, come si diceva, di riparazioni, rammendi e modifiche su capi d’abbigliamento, produzione di capi su misura, oggettistica e accessori (gioielli, borse in stoffa, astucci, custodie per pc, fasce per capelli), manufatti per la casa e oggetti personalizzati per le imprese (shopper, divise da lavoro, grembiuli e grembiulini, cappellini e altri accessori).


«Le risorse investite – prosegue Codeluppi – vanno contemporaneamente a sostenere percorsi d’accoglienza che fanno fronte, spesso, a situazioni emergenziali, ma senza perdere di vista il fatto i progetti devono consentire di realizzare, laddove è manifesto il desiderio degli interessati, un’accoglienza che significhi davvero integrazione. L’atelier “Punto Croce” va proprio in questa direzione, ed è stato progettato come luogo di inclusione lavorativa e di formazione per donne migranti, ma anche con una chiara visione riguardo alla bellezza e all’artigianalità come strumento di incontro con quartiere, città e territorio. Non solo, dunque, un luogo in cui si effettuano riparazioni o modifiche ma un atelier in cui si realizzano abiti su misura, si confezionano prodotti per la casa, si creano oggetti e accessori originali per le persone e per le imprese».

«È in questo modo – spiegano Marco Aicardi ed Erika Bin, responsabili del progetto “Punto Croce” – che il creare e il produrre vanno oltre l’opportunità lavorativa, pure fondamentale, ma mettono in relazione l’atelier con la città e le persone, puntando ad una integrazione e ad un dialogo che nasce da un servizio che punta sulla relazione, sulla conoscenza, sulla scoperta reciproca».

Collocato in via Spani 18/F, a pochi passi dalla chiesa di San Paolo, “Punto Croce” sviluppa anche un’importante attività formativa per aspiranti sarti; «ad oggi – sottolineano Aicardi e Bin – la formazione è ancora rivolta principalmente a donne titolari o richiedenti protezione internazionale, con una particolare attenzione alle donne vittime di tratta, ma a breve contiamo di estendere l’accesso ai corsi di formazione a tutti coloro che hanno il desiderio di apprendere le tecniche e i segreti della sartoria, utilizzando soprattutto tessuti caratterizzati da qualità ed alti livelli di sostenibilità».

«Contiamo molto – concludono Aicardi e Bin – tanto sull’attenzione e sull’interesse dei reggiani (che possono trovare alcuni prodotti di “Punto Croce” nel punto vendita “Fiori Ribelli” di via Farini, in centro città) quanto sulla collaborazione con le imprese anche per altre piccole lavorazioni tra tessuti e dintorni, così come già è accaduto con un’importante impresa reggiana, cui siamo molto grati, per l’assemblaggio di montature per occhiali sul quale sono già impegnate altre due persone in aggiunta alle 5 del laboratorio sartoriale».

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