Storchi (Unindustria): «In azienda dobbiamo condividere i rischi ma anche i risultati»

Fabio Storchi, ex presidente di Federmeccanica e ora di Unindustria Reggio  «La competizione cresce: la chiave è l’innovazione creata dai collaboratori»

REGGIO EMILIA. «Gli scenari futuri ci parlano di un sistema che sarà sempre più competitivo. Qui serve innovazione e questa si fa grazie ai collaboratori e riesce nella misura in cui quei collaboratori lavorano insieme con l’imprenditore nell’impresa per condividere rischi ma anche risultati». La metalmeccanica reggiana forse non sarebbe diventata l’eccellenza meccatronica odierna senza un adeguato investimento su salari e formazione, che nel Reggiano sono di alto livello, come ricordato pochi giorni fa all’incontro sui 50 anni delle relazioni industriali, celebrati anche a Reggio. Ne è convinto Fabio Storchi, attuale presidente di Unindustria Reggio e che per quattro anni, dal 2013 al 2017, è stato presidente di Federmeccanica, i falchi di Confindustria che con lui si sono scoperti colombe portando un ramoscello d’ulivo ai sindacati, raccolto allora dalla Fiom guidata da un altro reggiano, Maurizio Landini, con il quale Storchi festeggiò l’accordo unitario nazionale con un piatto di cappelletti.

Presidente Storchi, con lei capo di Federmeccanica possiamo dire che ci fu la svolta?


«Nel novembre del 2016 abbiamo rinnovato il contratto dopo 16 mesi di trattativa. Perché il contratto era scaduto nel 2015».

Un patto del cappelletto raggiunto con lo zampino di due reggiani?

«E sì, c’era anche il grande Maurizio Landini che ha fatto parte dell’accordo. La prima novità in assoluto è stata la firma congiunta con i tre sindacati. Negli ultimi anni non avevano mai firmato insieme. C’era stato l’accordo separato con Fim e Uilm».

Cosa li ha convinti?

«La prima impresa è stata quella di tenerli tutti al tavolo e fare un contratto unico. E poi è stato innovativo perché abbiamo introdotto una serie di regole nuove. Con il contratto nazionale abbiamo deciso di garantire quelli che erano i minimi salariali e normativi e di lasciare quindi ampia possibilità di contrattazione nelle aziende per ripartire il salario là dove si crea ricchezza con il lavoro operaio. Un contratto che prevedeva l’introduzione della formazione soggettiva a favore dei lavoratori, una copertura assicurativa del nucleo famigliare e la polizza di prevenzione integrativa per la pensione».

Quella firma unitaria ha ispirato il suo motto del “fare insieme”?

«Sì perché il concetto era proprio quello di garantire con il contratto nazionale i minimi salariali legandoli agli indici del costo della vita ex post, per lasciare possibilità di manovra a livello aziendale dove si produce ricchezza per la ridistribuzione di una parte della stessa, quella che produce giustamente il lavoro a livello aziendale collegato ovviamente al raggiungimento di parametri obiettivo sulla produttività, livello di qualità, redditività eccetera. Quindi il salto culturale è stato quello di aprire la negoziazione e la possibilità di trattare insieme in azienda la ripartizione della ricchezza prodotta nella logica del fare insieme».



Ma la ricchezza creata dagli imprenditori in questi mesi di forte ripresa si sta travasando anche sui vostri lavoratori?

«Sì, attraverso i rinnovi che sono stati fatti anche recentemente in aziende importanti dove il premio di risultato ha visto un adeguamento ai risultati che vengono in qualche modo conseguiti visto l’aumento della domanda del mercato e grazie al contributo del lavoro».

Queste risorse contrattuali sta stanno attraendo le risorse umane che state cercando strenuamente?

«Sicuramente questa è la direzione giusta ma ancora non sufficiente. Non abbiamo personale: c’è il famoso mismatch. Abbiamo ragazzi che fanno studi che non servono al mondo dell’impresa e che rischiano di portarli a una situazione permanente di disoccupazione».

Questo divario si è aggravato quindi in un momento come questo di picco di lavoro?

«È evidente. C’è una richiesta altissima di manodopera. La Camera di Commercio un mese fa la fotografava con 14mila figure professionali che mancano in provincia».

Scarseggiano quindi materie prime ma anche competenze specifiche?

«La risorsa critica oltre alla supply chain è il collaboratore. Mancano le persone che entrano in azienda».

Dopo 50 anni di relazioni industriali il sistema fabbrica è diventato un sistema sociale?

«Assolutamente. Come abbiamo detto nella conferenza c’è questo ruolo sociale dell’impresa che è sempre più evidente e sempre più importante. Perché è nello spirito dei contratti firmati negli ultimi tempi: noi dobbiamo creare all’interno delle nostre aziende una comunità che condivide il rischio e condivide le decisioni per creare valore nel futuro di imprenditori e lavoratori».

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