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Barista uccisa, strazio della madre in aula: «Via da Reggio Emilia perché soffrivamo troppo»

Hui “Stefania” Zhou

Sentita ieri tra le lacrime in collegamento dalla Cina. «Pensavo ci fosse stata un rissa invece dentro c’era Hui morta»

REGGIO EMILIA. «Siamo andati via da Reggio perché non volevo più pensare all’omicidio di mia figlia. Mio figlio era preoccupato che lo stato della nostra salute potesse peggiorare». Lo strazio per la morte della figlia Hui “Stefania” Zhou è soverchiante anche se giunge dalla Cina. Liyun Chen – madre della barista di 25 anni straziata dalle coltellate inferte da un cliente invaghitosi della ragazza – sta parlando collegata dal soggiorno di casa sua in madrepatria a 7.500 chilometri di distanza dall’aula del tribunale di Reggio Emilia, dove è in corso il processo per omicidio contro il marocchino 36enne Hicham Boukssid, presente in aula, e che nell’agosto 2019 si è macchiato dell’uccisione a coltellate della ragazza, la cui unica colpa era quella di essere stata gentile e «bellissima», come ha raccontato ieri un teste reggiano. «Hicham mi aveva parlato spesso di lei e un giorno mi ha chiesto di andare al bar per conoscerla», ha raccontato ieri il teste davanti alla Corte d’assise, citato in quanto cliente del marocchino dal quale comprava l’hashish e con il quale aveva instaurato ormai un rapporti di amicizia: «Ho vissuto il suo innamoramento e tutto il resto ma non ero mai entrato al bar Moulin Rouge – racconta l’uomo incalzato dal sostituto procuratore Marco Marano rivolgendosi al presidente della corte Cristina Beretti – Quando sono entrato in quel bar ho visto questa ragazza, bellissima, brillante. Aveva un viso che sembrava di porcellana. Lì ho capito che c’era qualcosa che non andava, non era in sintonia con Hicham. Quando siamo entrati lo ha trattato infatti come un qualsiasi altro cliente. Lei non corrispondeva a quel racconto d’amore corrisposto che Hicham mi aveva fatto. Mi aveva detto che in qualche modo lui si era dichiarato ma evidentemente lei non ha nemmeno compreso il suo approccio».

L’uomo sembra essersi invaghito ma solo nella sua testa. Quando si sente in qualche modo respinto, l’amico lo trova giù di morale. «Di solito era abbastanza allegro – racconta il conoscente – Quando gli ho chiesto cosa stava succedendo mi aveva detto che quella ragazza gli aveva fatto perdere la testa ma che lo aveva preso in giro nonostante lui gli avesse detto che era innamorato. Ma era difficile da credere visto come si comportava».


Si trattava certamente di un amore distorto, malato, maturato solamente nella sua testa, come racconta la madre durante il collegamento dalla Cina, interrotto forti pianti che giungono ogni qualvolta è costretta a rinvangare quel terribile passato.

Il delitto del bar di via XX Settembre, al Foro Boario, risale all’8 agosto 2019. Quel giorno, verso le 18, la madre di Zhou si era assentata e la giovane barista era rimasta sola dietro al bancone. Uno sconosciuto, cappellino calato sul volto, si presentò all’ingresso con un coltello in mano e, senza dire una parola, si avventò contro la giovane, trucidandola con una decina di coltellate sotto gli occhi attoniti di undici clienti: un video shock di quasi due minuti, registrato dalla telecamera interna al locale, mostrò la terribile fine della giovane e la fuga dell’uomo a piedi.

Si è trattato della tragica fine della ragazza e del conseguente collasso dell’intera famiglia, come racconta la madre, che era giunta a Reggio con i figli dopo che il marito aveva aperto loro la strada. La figlia aveva studiato lasciando però dopo la seconda superiore per poter dare una mano alla madre dietro al bancone. Bisognava infatti darsi da fare ma con Hui non c’era nemmeno da chiedere. «Lavorava al bar, la domenica andava in chiesa e faceva anche catechismo ai bambini cinesi – ha detto ieri la madre mentre anche la giuria popolare ascoltava quello straziante ricordo – L’assassino lo conoscevo da un anno, veniva al bar 5 o 6 volte la settimana, poi magari non si vedeva per un mese. Prima dell’omicidio non lo avevamo visto per 10 giorni. Una volta lo aveva visto uscire dal bar – conferma la donna incalzata dal suo avocato di parte civile, Giulio Cesare Bonazzi – e mi disse che mia figlia non era tanto gentile con lui. Ho chiesto a mia figlia cosa fosse successo e lei mi ha detto che gli aveva solo servito il caffè che aveva ordinato». Uno strano episodio avvenuto due settimane prima dell’omicidio, sul quale gravano le accuse anche dell’utilizzo della premeditazione e della crudeltà, sulle quali spinge la procura. «Mi figlia non sarebbe mai andata con uno straniero» dice la madre, che nel 2009 aveva comprato il bar dove poi è morta la figlia. «Mio marito era tornato in Cina e io e mi figlia facevamo i turni. Però la sera cenavamo insieme e stavano fino alla chiusura». Infine l’atroce delitto. «L’8 agosto mia figlia era uscita con la sua migliore amica per andare al centro commerciale I Petali a Reggio. Io ero andata in chiesa e poi, mentre rientravo, ho visto molta gente davanti al nostro bar. Allora mi sono fermata perché pensavo che fosse una rissa tra marocchini, come era già capitato. Invece la polizia non mi ha fatto entrare». Dentro c’era il corpo senza vita della figlia straziata dalle coltellate. La donna parla tra le lacrime e c’è chi si commuove anche tra il pubblico in aula. «Ho rivisto il suo corpo il 20 agosto quando è uscita dalla camera mortuaria. Inizialmente pensavo che a ucciderla fossero stati dei giocatori della macchinette che volevano i soldi dalla cassa. Poi non ho più voluto lavorare perché non volevo più pensare a mia figlia che non c’era più».

Enrico Lorenzo Tidona

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