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«L’obbligo vaccinale non convincerebbe gli irriducibili no-vax»

Fausto Nicolini, ex direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia

Fausto Nicolini, direttore generale dell'Ausl di Reggio Emilia in pensione da sei mesi è ancora in trincea come vaccinatore: «Un dovere» 

REGGIO EMILIA. L’avevamo salutato alla fine della prima ondata Covid, nel giugno del 2020, quando era andato in pensione, per poi ritrovarlo in trincea come vaccinatore già a partire dal febbraio successivo. Da quasi un anno Fausto Nicolini, ex direttore generale dell’Ausl di Reggio, somministra le dosi di vaccino anti-Covid negli hub allestiti in tutta la provincia. E chi riceve da lui il vaccino mostra il cerotto come una medaglia rilasciata dal figlio del partigiano Diavolo in persona.
 
Quando lo scorso febbraio ha iniziato la “carriera” da vaccinatore anti-Covid avrebbe pensato durasse tanto a lungo?
«Non mi aspettavo durasse meno. Quando scoppiò la pandemia ed ero ancora direttore generale dell’Ausl di Reggio, dissi ai miei collaboratori che, sulla base di quanto avvenuto con l’influenza Spagnola, l’unica pandemia paragonabile a quella da Coronavirus, l’emergenza non sarebbe finita prima di tre anni. Non voglio dire di essere stato profetico, è che dal passato si può imparare. La campagna vaccinale anti-Covid è però qualcosa che non è mai stato affrontato prima dalla sanità pubblica, e per estensione e perché si modifica con l’andamento epidemiologico. Come andrà e come finirà è difficile immaginarlo... Una cosa buffa però in questa storia c’è: la mia carriera da medico è iniziata proprio come pediatra vaccinatore, somministravo cioè le vaccinazioni ai bambini. Sono tornato a quando avevo trent’anni».
 
Il contesto è ben diverso, però. La vaccinazione contro il Covid è andata di pari passo con paure, dubbi, polemiche...
«La vaccinazione è un atto medico e sanitario che non è così conosciuto nemmeno tra i professionisti e si porta dietro un’aura di mistero e timore, come se il vaccino fosse diverso dai farmaci. Tutti hanno paura degli effetti collaterali dei vaccini, ma chi li maneggia sa che questo timore non è fondato. Ci sono farmaci che se si leggesse il foglietto illustrativo nessuno prenderebbe mai, nemmeno l’aspirina. Bisogna sempre considerare il rapporto tra rischi e benefici. Chi è abituato a ragionare di vaccini questo rapporto ce l’ha chiaro, chi non è esperto, sia che si tratti di un paziente sia di un professionista, ha quella che in medicina si chiama “dispercezione del rischio” sopravvalutando i rischi del vaccino e sottovalutando i rischi della malattia. Questo però è abbastanza normale perché solitamente chi si vaccina non è malato, quindi la malattia è una condizione più remota rispetto al vaccino».
 
Si è trovato a dover convincere le persone, dunque?
«Come vaccinatori abbiamo cercato di tranquillizzare le persone che si recavano all’appuntamento vaccinale e fugare i dubbi di chi non era del tutto convinto. Devo dire che la risposta a Reggio, come poi in tutta l’Emilia-Romagna, è stata davvero ottima e la stragrande maggioranza delle persone ha recepito bene il messaggio che è stato dato. È chiaro che trattandosi di una malattia nuova, dunque trovandoci in assenza di conoscenze pregresse, ci sono stati momenti in cui la comunicazione è stata dissonante e questo può aver creato ulteriori timori nella popolazione, ma questo è avvenuto in tutto il mondo, non solo da noi».
 
Prima ha paragonato il Covid alla Spagnola, ma cent’anni fa il vaccino non c’era, magari ci fosse stato... invece oggi ci sono persone che, nonostante sia in corso la pandemia, pensano che il vaccino sia più pericoloso della malattia.
«Succede sempre così: quando non ci sono i vaccini la gente vuole i vaccini, quando invece ci sono nascono le opposizioni. I no-vax sono sempre esistiti: la prima lega contro il vaccino è nata nel 1796 dopo che Edward Jenner, un medico di campagna, scoprì il vaccino contro il vaiolo. Quando invece è stato diffuso il vaccino contro la poliomielite le mamme italiane correvano a far vaccinare i propri figli perché avevano davanti agli occhi gli effetti della malattia».
 
Da vaccinatore esperto qual è, come giudica questa campagna vaccinale?
«Ha richiesto uno sforzo organizzativo gigantesco, a tutti i livelli. Io ho vaccinato in diverse zone della provincia, adesso sono a Correggio, ma per diversi mesi, soprattutto all’inizio della campagna, ho lavorato alle Fiere di Reggio e devo dire che rispetto alla complessità della situazione l’organizzazione è stata perfetta. Ed è stata un’esperienza bellissima dal punto di vista umano: tanti medici in pensione come me sono tornati al lavoro per dovere deontologico e spirito di servizio, e hanno operato gomito a gomito con giovani medici che sono stati mandati al fronte subito dopo la laurea. Io ad esempio mi sono ritrovato con la dottoressa Antonella Messori, anche lei pensionata, che come me aveva ricoperto l’incarico di direttore generale dell’Ausl di Reggio, poi dell’Azienda ospedaliero universitaria Sant’Orsola di Bologna, e come me aveva iniziato la sua carriera come pediatra... insomma abbiamo iniziato insieme e finiamo insieme. E per i giovani credo sia stata una scuola: hanno dovuto imparare a valutare i pazienti in poco tempo, costruendosi anche una fotografia dello stato di salute di tutta la popolazione, hanno incamerato una conoscenza e esperienza straordinaria. Spero che questa generazione di medici sia migliore di quanto non sia stata la nostra».
 
Il momento più bello di quest’anno?
«Credo di parlare a nome di tutti i vaccinatori, anche perché durante i turni ovviamente ci siamo sempre confrontati e abbiamo sempre parlato di quello che ci accadeva, dicendo che gli anziani sono stati il regalo più bello. Abbiamo scoperto una generazione estremamente dignitosa, uomini e donne che nonostante la loro età hanno capito perfettamente cosa stava succedendo e si sono affidati, fidandosi, ai medici. Con una riconoscenza che non vedevamo da tempo. Sono arrivati al vaccino vestiti a festa, commossi dal fatto di essere considerati, felici di essere al centro dell’attenzione».
 
Ora passiamo a quello più brutto...
«Ci sono stati momenti in cui i turni erano davvero pesanti, e in estate, quando ancora non avevano sistemato il discorso degli impianti di raffreddamento, c’è stato caldo davvero... ma il momento più deludente è stato quando abbiamo incontrato persone che venivano a vaccinarsi per creare polemiche, dicendo che stavamo obbligando a vaccinare contro la volontà dei singoli, e purtroppo c’è stato anche qualche episodio spiacevole. Ma anche qui devo dire che non è la prima volta che accade una cosa del genere: nel 1991 ero a Milano per una conferenza nazionale sul consenso alle vaccinazioni infantili e ci fu una sorta di assalto da parte di associazioni no-vax dell’epoca. Fecero volantinaggio, occuparono la sala e il microfono interrompendo l’incontro... ecco perché mi sento di ridimensionare il movimento no-vax attuale: la stragrande maggioranza degli italiani ha capito l’importanza del vaccino, gli altri vanno ascritti nell’antropologia».
 
Crede che l’obbligo vaccinale risolverebbe la situazione?
«No, credo non servirebbe a nulla. Se l’inadempienza all’obbligo vaccinale si riduce – come avverrebbe – a una sanzione amministrativa, le persone che non vogliono vaccinarsi continuerebbero a farlo anche a costo di pagare una multa. Lo dico perché in Italia è già successo. Quando io ero un giovane pediatra vaccinatore le vaccinazioni infantili obbligatorie erano solo quattro: quelle per la difterite, il tetano, la poliomielite e poi per l’epatite B. All’epoca c’era una sorta di “green pass” per i ragazzi di terza media: chi era vaccinato poteva sostenere l’esame per ottenere la licenza, gli altri no. Il risultato fu che la legge non venne mai rispettata, perché il diritto allo studio era più forte di quello alla salute. In Europa ci prendevano in giro, dicevano che noi obbligavamo e non riuscivamo a vaccinare, mentre loro informavano e vaccinavano lo stesso. In occasione della conferenza del 1991 fu un pediatra milanese a dare una lettura positiva di quell’obbligo: disse che in Italia l’obbligo era un modo per arrivare non tanto ai genitori, quanto agli operatori dei servizi. Settanta-cinquant’anni fa in Italia c’erano ancora persone analfabete e contesti, pensiamo ai paesi di montagna o quelli sperduti nel sud, in cui la comunicazione sull’efficacia del vaccino non sarebbe mai arrivata, ecco perché si decise per l’obbligo».
 
Poi cosa è successo?
«Agli inizi del Duemila anche l’Italia decise di puntare sulla comunicazione, sull’informazione e sul convincimento. E i risultati si sono visti: quando la vaccinazione del morbillo non era ancora obbligatoria siamo comunque riusciti a raggiungere l’immunità di gregge. Dal 2017 per i minori fino ai 16 anni è stato reintrodotto l’obbligo vaccinale per dieci malattie (poliomielite, difterite, tetano, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae tipo b, morbillo, rosolia, parotite, varicella) su raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità che aveva richiesto di mantenere il tasso di copertura vaccinale sul 95% per le malattie a rischio epidemico. Io credo si debba continuare a lavorare sul convincimento e sulla comunicazione: rendere obbligatorio il vaccino anti-Covid non servirebbe a niente perché resterebbe comunque quella frangia di irriducibili contrari per partito preso, per ideologia».
 
Però quando si cerca di fare informazione su questo tema sembra quasi di ottenere l’effetto contrario.
«John Stuart Mill diceva che chi conosce solo un pezzo di una questione, della questione conosce ben poco. Nel flusso di informazione e comunicazione attuale si tende spesso a generalizzare, a semplificare. Così i medici che sono stati interpellati come esperti dall’inizio della pandemia sono stati classificati tutti come virologi. Ma il virologo è colui che studia il virus in laboratorio, poi c’è l’epidemiologo, che invece studia e valuta i numeri, le statistiche, l’andamento dei contagi e può fare previsioni sulla base di questi numeri. Poi ci sono i clinici che trattano i pazienti e hanno contezza di ciò che la malattia produce sul corpo umano. Quando in estate si diceva che la pandemia si era esaurita a parlare erano i clinici, anche illustri, sulla base della riduzione di ricoveri a cui stavano assistendo. Gli epidemiologici invece avevano messo in guardia, si aspettavano una ripresa dei contagi. Dare a tutti la stessa patente è stato un errore, ha portato a contraddizioni e ha generato confusione».
 
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