Aziende e infiltrazioni, siamo sopra la media «Sanzioni troppo blande»

REGGIO EMILIA. Da una mappatura dell’unità investigazione finanziaria della Banca d’Italia su 14 milioni di imprese italiane, 150mila sono risultate se non mafiose contigue o in contatto con la criminalità organizzata. In questa classifica la provincia di Reggio Emilia, con un dato del 3% sul totale di imprese iscritte al registro, supera la media nazionale (del 2,4%) e si colloca a livello di Salerno, Trapani e Brescia. Tra il 2019 e il 2020 inoltre, sempre Bankitalia ha individuato circa 20.000 operazioni finanziarie sospette, il 5,3% delle quali effettuate in Emilia-Romagna (quarta regione dopo Campania, Lombardia e Lazio).

A spiegarlo ieri Claudio Clemente, direttore dell’ “intelligence” di Palazzo Koch, durante un convegno nella giornata conclusiva del festival Noicontrolemafie, organizzato dalla Provincia di Reggio con 23 Comuni e la Regione.


«Forniture di Dpi, finanziamenti garantiti dallo Stato e usura i tre fronti che abbiamo segnalato come sensibili durante la pandemia, fin dall’aprile 2020, mentre ora l’attenzione deve essere posta sui 191,5 miliardi in arrivo con il Pnrr: le pubbliche amministrazioni devono collaborare di più, perché se si inserirà la criminalità organizzata sprecheremo parte di queste fondamentali risorse», conclude Clementi.

Il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, soffermandosi sui rapporti tra le mafie e i “colletti bianchi” che anche nella pubblica amministrazione favoriscono le infiltrazioni, dice: «Le sanzioni sono troppo blande in un mondo di spregiudicati con l’etica sotto i piedi. Perché delinquere non rimanga conveniente non serve inasprire le pene detentive, ma prevedere automatismi sul piano delle sanzioni amministrative, creando ad esempio inibitorie realmente efficaci». Il magistrato ha poi sollecitato l’Europa «a darsi una mossa perché le mafie non sono un problema solo italiano e tanti Paesi non si sono ancora dotati di un sistema giudiziario forte o non contrastano con sufficiente energia il riciclaggio, magari perché sotto sotto sono contenti di ricevere fiumi di denaro».

Per Nico Giberti, sindaco di Albinea e consigliere provinciale «il processo Aemilia ha rappresentato uno spartiacque culturale, ma certo non una diga. I problemi ci sono ancora». Ad esempio, «come amministratori locali, quando affrontiamo un appalto vogliamo verificare da dove arrivano i nostri interlocutori e non scoprire interdittive antimafia di mesi prima a lavori già assegnati».

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