Femminicidio di via Patti, il perito scandaglia foto e video dei telefoni sugli ultimi mesi di Cecilia e dell’assassino

Nominato il dottor Cristian Mauro: analizzerà come l’omicida “sorvegliava” la vittima attraverso social, sms e chiamate

REGGIO EMILIA. Nell’ambito delle indagini sul femminicidio di Juana Cecilia Hazana Loayza, 34 anni, è stato conferito ieri mattina l’incarico al perito della Procura di Reggio che dovrà eseguire l’accertamento tecnico irripetibile sui cellulari della vittima e del suo carnefice, il 24enne parmigiano Mirko Genco, accusato di omicidio volontario pluriaggravato e di violenza sessuale aggravata.

Alla nomina hanno presieduto ieri mattina il pm Maria Rita Pantani, l’avvocato Federico De Belvis (che su incarico del padre reggiano rappresenta il figlio di un anno e nove mesi di Cecilia, che si costituirà parte civile nel penale), l’avvocato difensore Alessandra Bonini e il detenuto Genco, videocollegato dal carcere della Pulce dove sta osservando il periodo di isolamento per il Covid di prammatica per i nuovi ingressi.


Ad essere investito dell’incarico è stato il perito Cristian Mauro di Parma: spetterà a lui scandagliare il materiale (foto, messaggistica via WhatsApp e telefonate) presente nei due telefonini. Anche stavolta, come per l’autopsia, i legali De Belvis e Bonini non hanno nominato nessun consulente di parte, affidandosi all’operato di quello della Procura, che avrà 45 giorni di tempo per stendere la relazione. Da notare che il dottor Mauro analizzerà non solo i contatti della sera del delitto – tra venerdì 19 e sabato 20 novembre –, ma l’intero traffico tra le due utenze da quando avevano intrecciato una breve relazione (prima dell’estate) fino alle due denunce per stalking sporte da Cecilia a partire da settembre: almeno sei mesi, l’intero “storico”.

Un’analisi che sarà fondamentale per accertare con quali modalità Genco tenesse Cecilia “sotto controllo”; ad esempio quella sera a far scattare la molla assassina fu il fatto che Genco, utilizzando un falso profilo Instagram, vide le due “storie” appena pubblicate da Cecilia intenta all’aperitivo all’Hot Chili, decidendo di precipitarsi da Parma a Reggio (in taxi) per portarla a casa («mi sono molto arrabbiato, poiché credo che una madre a quell’ora debba essere a casa con suo figlio»).

Il passaggio tecnico, che serve a cristallizzare le prove in vista del futuro dibattimento, è quindi finalizzato non solo a fare luce sulle ultime ore di vita della giovane mamma, ma anche a ristabilire con esattezza quali erano i rapporti pregressi tra lo stalker e la vittima. Se sulla serata del delitto gli elementi sono numerosi (in primis quell’audio di 53 minuti con il quale l’assassino si è autoregistrato e che si interrompe alle 3.05, quando la 34enne era a terra agonizzante per un tentativo di strangolamento e quando secondo l’accusa avvenne l’abuso a sfondo sessuale, prima delle fatali due coltellate alla gola), il reo confesso ha ammesso tutto fuorché la violenza; l’accusa intende smentirlo su questo punto nodale e dimostrare che Juana Cecilia, che quel venerdì dalle 23.47 all’1.41 ricevette ben quattordici telefonate da lui senza mai rispondere, non solo non era felice di vederlo (se ne andò dal locale senza che gli amici vedessero Genco), ma nel tragitto, come mostrerebbero le telecamere di via Emilia San Pietro, la giovane avrebbe anche subìto malvolentieri un bacio, allontanandolo e dicendogli che «non lo amava, non lo voleva»; e cercando anche in seguito, nel parco, di sottrarsi ad un rapporto.

Gli esiti dell’analisi sui cellulari, insieme alle risultanze dell’autopsia svoltasi giovedì scorso, potranno mettere dei punti fermi in un caso che è stato sì risolto dai carabinieri in 24 ore, ma sul quale disponiamo di una sola versione: quella dell’assassino, che è parso «lucido e consapevole» all’interno di una visione allucinata e visionaria.

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