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Una panchina rossa dedicata a Tiziana: «È una ferita che non guarisce mai»

La panchina rossa per Tiziana

L’omaggio di Rubiera alla 40enne uccisa dal compagno quasi 10 anni fa. Alla cerimonia la mamma Rosella e il figlio

RUBIERA. «Ringrazio il Comune di Rubiera per quello che hanno voluto fare, sono stati sempre bravissimi. Ma per quanto riguarda me, è una ferita che non guarisce mai».

Tiziana Olivieri


Rosella Carlini è la mamma di Tiziana Olivieri. C’era anche lei ieri mattina in via Emilia con il sindaco Emanuele Cavallaro all’inaugurazione della panchina rossa dedicata alla figlia, vittima di femminicidio quasi 10 anni fa. Era l’aprile del 2012 quando la 40enne di Fontana venne uccisa dal compagno Ivan Forte. La strangolò e poi diede fuoco all’appartamento in cui vivevano. Inscenò unr incidente provocato da una candela. Raccontò di essere riuscito a mettere in salvo il figlioletto e il cane, di aver lanciato l’allarme a tutti gli altri condomini, ma che no, Tiziana non era riuscita a salvarla. La verità era un’altra e la prima a non avere un solo dubbio su come fossero andate realmente le cose fin dal primo istante in cui seppe della tragica morte della figlia, fu mamma Rosella. Quando arrivò a Fontana quella terribile mattina, lo disse subito. «È stato lui» gridò davanti a quell’alloggio distrutto e annerito dalle fiamme, inondato dall’acqua usata dai vigili del fuoco per spegnere il rogo. Una verità che solo in tarda serata l’allora 28enne confessò ai carabinieri e che è stata sancita per sempre da una condanna confermata in terzo grado a 20 anni di carcere.

Rosella Carlini, la mamma di Tiziana


Dieci anni, intanto, sono passati senza un figlia e a crescere il nipote, che allora aveva appena 11 mesi. «La sua mamma gli manca tanto» confida nonna Rosella, che in tutti questi anni ha dovuto fare anche da mamma al bambino di Tiziana. E proprio queste parole sono state impresse sulla panchina rossa voluta dall’amministrazione di Rubiera nel cuore del paese. Un messaggio d’amore che diventa monito, mentre i femminicidi ancora scandiscono tragicamente la cronaca nera: negli ultimi dieci giorni sono stati tre tra le province di Modena e Reggio, l’ultimo quello di Juana Cecilia Loayza Hazana, la 34enne di origine peruviana uccisa dall’ex poco più di una settimana fa.

«Le cose devono cambiare – dice convinta Rosella – se una donna denuncia, bisogna che si intervenga subito con le misure cautelari, non si può aspettare. Se una donna denuncia, bisogna che venga aiutata».

Tiziana Olivieri stava vivendo una relazione che era entrata in crisi, quando è stata uccisa. La convivenza con quello che era il suo compagno, e padre di suo figlio, era difficile e stava per giungere al suo epilogo. Questo aveva confidato anche alla madre. «Le diceva “te la faccio pagare...” e lo ha fatto – ricorda la donna – Non avrei mai pensato che avrebbe fatto tutto questo. Non gli ha fatto salvare niente. Ha fatto fuori lei e ha distrutto quella casa...». È ancora vuoto, l’alloggio di Fontana. «Mio figlio l’ha messo a posto, non so quanto ci ha messo. Non ci è mai più andato a vivere nessuno. Quando sarà grande mio nipote deciderà lui cosa fare, se tenerlo o venderlo» racconta ancora Rosella.

Tiziana Olivieri non è la sola vittima del femminicidio che l’ha strappata alla vita. Vittime sono anche coloro che l’amavano. Quel figlio lasciato a 11 mesi che non ha potuto crescere come tanto avrebbe voluto, la madre privata della figlia e che ha dovuto crescere quel bambino rimasto solo con tanto dolore nel cuore, il fratello. «Di lei mi manca tutto – confida Rosella – Teneva tanto al suo bambino. Lui le ha tolto la felicità di vivere e di vivere con lui. In questi anni, ci sono arrivati aiuti, da amici che hanno fatto raccolte, dalla Regione. Poi giustamente è passato tanto e si è fermato tutto. Ma l’importante è che ci lascino vivere tranquilli. Anche se quello che è successo viene sempre fuori...».

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