Scintille in aula, Fabbiani alla pm: «Colpevoli sì ma di aver lavorato»

Botta e risposta ieri al contro esame: «Chi parla di “casa Fabbiani” insulta il nostro impegno»

MONTECCHIO. «Definire il comando come “casa Fabbiani” è l’emblema di questa inchiesta. È un insulto al nostro lavoro e al nostro impegno. Noi siamo stati colpevoli forse solo di aver troppo lavorato. Eravamo sempre disponibili, sempre reperibili, anche quando eravamo in vacanza. E tutto questo è stato stravolto in senso negativo». Fino a un momento prima Tito Fabbiani era sempre stato chirurgico nel respingere alle accuse portate in udienza da decine di testimoni. Quando però a fare le domande non sono più i suoi difensori, ma il sostituto procuratore Valentina Salvi, la calma ogni tanto evapora. Soprattutto quando la pm rispolvera l’appellativo usato dagli altri agenti della municipale della Val d’Enza: «Cosa pensa del fatto che i suoi colleghi dicevano che quel comando era ormai casa Fabbiani?». Da lì scintille. L’imputato risponde piccato mentre è sul banco dei testimoni, finitoci dopo l’esplosione dello scandalo che ha decapitato i vertici del corpo della polizia locale della Val d’Enza.

L’udienza di ieri davanti al collegiale presieduto dal giudice Cristina Beretti, ha concluso l’esame dell’imputato da parte del difensore Gabriele Riatti, lasciando poi spazio al serrato contro esame del pm Salvi, che non ha fatto sconti all’imputato. L’indagine, condotta dai carabinieri risale all’estate 2018, quando è stata scoperchiata una gestione personalistica da parte dell’allora vicecomandante, che avrebbe spadroneggiato all’interno del comando di Montecchio soprannominato appunto “casa Fabbiani”. Alla sbarra sono finiti Fabbiani (ritenuto al centro degli illeciti e accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, truffa e maltrattamenti), la compagna e agente Annalisa Pallai (per truffa, sempre presente in aula) e il comandante Cristina Caggiati (per abuso d’ufficio in concorso e omessa denuncia). Il soliloquio di poco precedente di Fabbiani diventa un botta e risposta quando a prendere in mano il contro esame è Salvi. «Lei ha mai denigrato la comandante Caggiati tramite parole forti?» chiede la pm. Tramite le intercettazioni ambientali dentro la vettura di servizio si sente infatti che Fabbiani davanti a una collega bolla l’ex comandante come «imbecille allo stato puro». Fabbiani tentenna un poco e la pm lo incalza: «Secondo lei Caggiati era efficiente?». «Abbastanza efficiente» risponde l’imputato, salvo gli appellativi ricavati nelle intercettazioni però raccontino altro. «Ma sa com’è – dice Fabbiani – i comandanti cercano di dare un colpo alla botte e uno al cerchio». Per l’ex agente in realtà Caggiati non si assumeva le responsabilità in maniera adeguata, come rivelerebbero le parole usate nell’intercettazione, difficilmente ripetibili. «In quel momento provavo un forte disagio per quella situazione» si difende Fabbiani. Era stata infatti notificata un’informazione di garanzia a una collega di Fabbiani per falso ideologico: proprio la collega con la quale l’imputato si stava sfogando e con la quale sarebbe poi andato dall’avvocato di fiducia. Il tutto con la vettura di servizio, altro snodo dell’inchiesta. L’ormai nota Mazda X3 che, secondo l’accusa, sarebbe stata di utilizzo esclusivo di Fabbiani, anche per spostamenti non legati al lavoro, come in quest’ultimo caso. «Per me portarla dall’avvocato era attività istituzionale – si difende Fabbiani – la collega era stata indagata per una questione legata al suo lavoro che per me era causata da una carenza dell’ufficio». «Quindi se, come in questo caso, anche a me arrivasse un’informazione di garanzia personale e non quindi rivolta al mio ufficio, dovrei andare in procura ad Ancona utilizzando l’autista della nostra procura?» sbotta Salvi. C’è poi la sfuriata a torso nudo con Caggiati, con la comandante che ne uscì «stravolta». «Capitava di cambiarsi per ragioni di servizio e io non porto la maglietta sotto» taglia corto l’ex agente. Infine le domande sulla figlioletta tenuta in comando o a dormire nell’auto parcheggiata di fronte, o in ufficio vicino a un arrestato. «Non c’era pericolo – dice il padre – ci eravamo posti l’intento di tenerla lì il meno possibile».


Enrico Lorenzo Tidona

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