Tutti in centro a celebrare il “ritorno” di San Prospero

Sagra presa d’assalto dopo lo stop del 2020 per il Covid Tutti con le mascherine, controlli a campione e vigilanza

Martina Riccò

REGGIO EMILIA. Non c’era la nebbia ieri, ma che atmosfera! Dopo la festa “a numero chiuso” dello scorso anno, quando l’emergenza coronavirus aveva richiesto di fermare i mercati ed evitare qualunque forma di aggregazione, i reggiani si sono riappropriati di San Prospero, con tutto quello che questa celebrazione significa: la messa del vescovo alla presenza dei cittadini, delle autorità e del gonfalone della città, gli acquisti nelle centinaia di bancarelle disseminate in tutto il centro storico, colazioni e spuntini a base delle prelibatezze della nostra tradizione gastronomica.


La giornata è iniziata con il concerto delle campane della torre della basilica di San Prospero, suonate abilmente dai componenti dell’associazione Campanari reggiani. Una musica festosa che ha accompagnato i presenti e – quasi certamente – ha fatto nascere pensieri condivisi: «L’anno scorso eravamo tutti in casa, ma quest’anno siamo qui».

E di persone ce n’erano davvero tante. Tutte con la mascherina (anche perché gli agenti della polizia locale e delle altre forze dell’ordine giravano tra la folla controllando che tutti rispettassero le regole), tutte contente.

C’erano i banchi di vestiti, quelli di accessori e giocattoli, quelli dei fiori, quelli gastronomici. C’era anche – in piazza San Prospero, la “Piâsa Céca” dei reggiani – il padellone con le castagne di Marola.

E allora via, tutti in fila per prendere un “cartoccino” di castagne e un bel bicchiere fumante di vin brulé. Perché il cielo era terso e azzurro, ma un po’ di freddino c’era...

Alle 11 l’appuntamento era in basilica per la messa tenuta dal vescovo Massimo Camisasca. C’erano il sindaco Luca Vecchi, il prefetto Iolando Rolli, il questore Giuseppe Ferrari, diversi assessori comunali, il presidente della Provincia Giorgio Zanni, consiglieri comunali e regionali, poi si è levato tra la folla il gonfalone. La basilica di San Prospero si è riempita velocemente, e tanti cittadini si sono dovuti accontentare di ascoltare l’omelia del vescovo – dedicata quest’anno a come invertire il fenomeno della denatalità – sul sagrato.

Come sempre, poi, prima e dopo la messa sono stati tanti i reggiani che hanno approfittato del giorno di festa per visitare la basilica che, ricostruita nel 1500, sorge nel luogo esatto in cui, nel 997, fu costruito il tempio dedicato al patrono della città, San Prospero. Il legame tra Reggio e il suo patrono è sempre stato molto forte, al punto che si decise di edificare una chiesa pubblica, piena di stemmi della città e dedicata a San Prospero, vicino alla cattedrale del vescovo. La facciata della basilica, che si affaccia come una quinta scenica sulla piazza e dialoga con le absidi e le cupole del duomo, è stata realizzata dall’architetto Giovan Battista Cattani tra il 1748 e il 1753. Le statue sono di pietra calcarea proveniente dalle cave di Verona. Guardando dal basso si trovano i quattro dottori principali della chiesa: Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno, Sant’Agostino e San Girolamo. Più in alto: San Grisante e Santa Daria, compatroni della città, e, nelle nicchie centrali, San Massimo e San Venerio. Sulla sommità c’è il gruppo scultoreo costituito dall’imponente statua di San Prospero (con la mano che avanza a proteggere il medaglione della città), ai cui lati si trovano Santa Caterina d’Alessandria e Santa Gioconda.

Di fianco c’è la torre, il cui restauro è finito l’anno scorso. Proprio in occasione della festa del santo patrono avrebbe dovuto esserci l’inaugurazione, poi trasformata – sempre a causa del Covid – in una “semplice” benedizione da parte del vescovo.

Ieri la torre poteva essere visitata, così come i tesori della basilica. La torre, a base ottagonale, è stata progettata dall’architetto Giulio Romano e presenta diversi ordini architettonici: dorico, ionico, corinzio. La chiesa ha tre navate, ed è a croce latina. Ospita inoltre cappelle ricche di testimonianze artistiche volute dalle famiglie nobili e anche dalle corporazioni delle arti. In quella dei calzolai c’era un’opera di Guido Reni, una Madonna con i santi, finita a Dresda. In quella dei Pratonieri c’era il capolavoro del Correggio, “La notte”. Ora nella cornice originale, anch’essa attribuita ad Antonio Allegri, si trova una copia del dipinto. Bellissimi, tra le sculture, il “Cristo portacroce” commissionato dal conte Scaioli, e i busti dei patroni. A lasciare a bocca aperta sono poi il coro ligneo intagliato e intarsiato dai De Venetiis, e il “Giudizio universale” affrescato nel presbiterio da Camillo Procaccini, con al centro quel Cristo deposto che fa pensare al Mantegna.

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