Agli arresti nasconde il telefonino nel letto Arabia torna in carcere

Il 32enne Giuseppe non poteva comunicare con gli altri Il cellulare trovato durante la perquisizione per le frodi fiscali

reggio emilia. È tornato in carcere il 32enne Giuseppe Arabia, perché nascondeva un telefonino sotto il materasso nonostante fosse agli arresti domiciliari nella casa di famiglia a Reggio Emilia e con il divieto di comunicare con terze persone.

Il commerciante – con il fratello Nicola Arabia (pure lui agli arresti domiciliari ma nell’abitazione di Bibbiano) noleggiava mezzi industriali – è nuovamente finito nei guai per l’intreccio di due indagini che lo vedono nel mirino degli investigatori.


Dal luglio scorso Giuseppe (insieme al fratello, ad un appuntato dell’Arma ed un prestanome campano) è accusato di corruzione di un carabiniere e simulazione di un furto finalizzato ad una maxifrode assicurativa per intascarsi il risarcimento di 30mila euro.

Dopo alcuni giorni in cella alla Pulce, era finito agli arresti domiciliari (come del resto anche il fratello) con il divieto di comunicare con persone estranee al nucleo familiare (cioè la moglie e due figli che vivono con lui).

Ma proprio dagli elementi che avevano portato a questo blitz di luglio, si erano avviati ulteriori accertamenti (da parte di carabinieri e finanzieri) e ne è uscito un quadro indiziario molto pesante, con l’evasione fiscale come imputazione legata alle fatture false ottenute attraverso aziende cosiddette “cartiere” e impiantate ad hoc per aggirare il fisco e ottenere quindi agevolazioni non dovute. Da questa nuova inchiesta sono partite il 17 novembre scorso una serie di perquisizioni nelle abitazioni di sei indagati, fra cui i due fratelli Arabia che sono ritenuti dagli inquirenti gli amministratori di fatto di una decina di società “cartiere”.

E proprio passando al setaccio la casa di Giuseppe Arabia che i carabinieri hanno scoperto quel telefonino nascosto in un apposito vano ricavato nel materasso.

Sul momento il 32enne ha detto ai militari di usare quel cellulare per ragioni lavorative. Fra l’altro Arabia aveva presentato in precedenza un’istanza per avere la disponibilità di un cellulare, richiesta che gli era stata negata.

Comunque sia, la violazione della misura restrittiva ha portato – come richiesto dalla Procura ed ottenuto dal gip – all’aggravamento della misura cautelare stessa, aprendo da martedì le porte del carcere per l’indagato nelle due inchieste citate.

«Ne faceva un uso innocuo di quel telefonino – ribatte l’avvocato difensore Davide Martinelli – come lo dimostra la messaggistica trovata dentro al cellulare. La famiglia lo usava come numero fisso, senza altri fini».

T. S.

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