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«La voglia di possesso è il retaggio antico che deve ancora essere spezzato»

Tea Ranno, la scrittrice che ci parla della lotta delle donne: «La famiglia è il primo luogo dove coltivare l’uguaglianza» 

REGGIO EMILIA. L’arma di Tea Ranno è una penna potente che a volte sa essere piuma e a volte martello. In occasione del 25 novembre, Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Degustibook (associazione culturale no profit e club del libro) con importanti collaborazioni ha organizzato un tour letterario a Reggio e provincia la cui protagonista è stata proprio la scrittrice Tea Ranno. Difficile rimanere indifferenti ai suoi libri: “Amurusanza”, “Terramarina” (entrambi editi da Mondadori) ma soprattutto “Sentimi” (edito da Frassinelli) sono libri che colpiscono. Le femmine di tutti i suoi romanzi sono donne che lottano contro i soprusi, a volte soccombendo e a volte vincendo. Ed è difficile rimanere indifferenti di fronte alla sue riflessioni.

Partiamo da “Sentimi”, forse il romanzo più strettamente legato alla Giornata contro la violenza sulle donne. Come nasce? Quando ha sentito queste urla di dolore e non ha più potuto stare zitta?


«È successo tanto tempo fa: avevo letto “La strega e il capitano” di Leonardo Sciascia - la cronaca di un processo per stregoneria a danno di una povera fantesca, che aveva forse l’unico torto di essere amata dal suo “padrone” (amore inviso ai figli di lui) - ed ero uscita da quella lettura arrabbiata, anzi, furiosa, anzi, ferita, anzi piena di un desiderio di saperne di più di un tempo in cui bastava quasi niente perché le donne fosse considerate conniventi col demonio, capaci di malefiziare uomini, bambini, bestie, terre, di provocare aborti, incendi, pestilenze… È stato allora che ho cominciato a “sentire” il dolore delle donne violate, ad avvertirlo in tutta la sua enormità: un patire troppo spesso silenzioso, troppo spesso gridato ma inascoltato, e allora mi sono detta che dovevo diventare parte in causa, che dovevo - io che possiedo lo strumento per farlo - diventare cassa di risonanza di quel grido e farlo giungere lontano, seminarlo nelle coscienze anche come elemento disturbante, urticante, perché è troppo facile far finta di non sentire, non vedere, non accorgersi di quanto capita intorno».

L’universo femminile è senza dubbio quello da lei più scandagliato approfondito. Perché in quanto donna conosce meglio questo mondo? O forse perché l’universo maschile è molto meno complesso e quindi non altrettanto interessante da analizzare? Ma soprattutto, quanto hanno da darsi reciprocamente l’universo femminile e quello maschile?

«Indago il femminile perché è il mio mondo, quello di cui conosco le fragilità che possono diventare debolezze - punti di affondo di coltelli non solo metaforici -, ma anche elementi di forza: il desiderio di emancipazione, la volontà di mettere a frutto potenzialità che sono risorse per la collettività, la capacità di emozionarsi, l’intelligenza che si traduce in operosità, il non lasciarsi scivolare addosso la vita, ma, soprattutto, perché mi piace indagare i sentimenti, la maternità, la sorellanza, la voglia di riscatto, il desiderio di non soccombere anche quando tutto sembra affossarti, la sensualità, la seduzione, l’essere figlie, l’essere madri, i contrasti tra figlie e madri, il farsi la guerra per poi - risolvendo i conflitti - camminare insieme verso un futuro svincolato da giudizi e pregiudizi. Il mondo maschile mi affascina, ma lo conosco meno, anche se poi, quando racconto gli uomini, mi sembra di entrare in una parte di me che di quel maschile ha piena cognizione. Quanto hanno da darsi, reciprocamente, l’universo maschile quello femminile? Moltissimo. Solo dall’armonia tra questi universi si può progredire verso una società meno conflittuale: se uomini e donne non si sostengono reciprocamente, se non fanno squadra, se non diventano complici, amici, se fanno del loro rapporto una continua battaglia in cui ognuno tende a soverchiare l’altro, ci sarà sempre una società zoppa, traballante, ingiusta, incapace di usare al meglio le risorse che nascono dalla sinergia».

Dalle streghe ai femminicidi il passo è stato breve. Perché, ieri come oggi, le donne continuano a subire? Dopo la rabbia, la frustrazione, la denuncia, la presa di distanza… cosa possiamo fare? È una questione di civiltà e di rispetto, o c’è altro?

«Non continuano a subire, non sempre. È quando si ribellano che vengono “spente”. È quando esercitano il diritto di scelta, la voglia di vivere in libertà un nuovo amore, quando mettono fine a rapporti malati, quando si sottraggono a relazioni asfittiche in cui devono mantenere un profilo di soggiacenza - che molto banalmente si può sintetizzare nell’espressione “Tu sei cosa mia, e dunque faccio di te quello che voglio” - che vengono violate. È violazione crear loro il vuoto intorno, la determinazione a zittirle, la sberla quando sbagliano (ricordiamo che lo ius corrigendi - che dava al marito il diritto educare e correggere, anche con l’uso della forza, moglie e figli - è stato eliminato solo nel 1956), è violazione l’imporre un abbigliamento “adeguato” per impedire che occhi altrui indugino sopra di loro, è il tentativo di spegnerle, di sbiadirle, di metterle continuamente in discussione, il ripetere: “Non vali niente”. Sono tutte piccole morti, un lavorare a demolire, a sgretolare certezze, a impedire un’emancipazione anche del pensiero. Cosa si può fare? Partire dalle famiglie. Lo Stato, la scuola, i media, sì, certo, ma la famiglia è il primo luogo in cui coltivare l’uguaglianza tra bambini e bambine: che non vuol dire omologazione, appiattimento, piuttosto valorizzare senza discriminare. Sono spesso le madri che sviluppano per i figli maschi un amore che tutto giustifica per cui il figlio non sbaglia mai: i torti sono sempre degli altri, delle puttanelle che gli ronzano intorno. È una questione di educazione, ripeto, di comprensione che la violenza parte da lontanissimo. Poi la scuola, sì, altro luogo in cui lavorare a solidarizzare, a non schierarsi gli uni contro le altre e viceversa. E poi lo Stato, le leggi, che risultano inadeguate perché i violenti, quando decidono di uccidere, sanno benissimo come aggirare le disposizioni a tutela delle compagne, ne abbiamo continui esempi».

“La forza di cambiare il mondo a colpi di poesia”, ha scritto. Una bellissima metafora? Un meraviglioso augurio che mette i brividi? La poesia, la cultura, l’educazione posso servire, o bastare, per combattere la tracotanza di chi si sente in diritto di spezzare la vita di una donna? E quanto pesa oggi il concetto di patriarcato ?»

«Il patriarcato ancora - ma in maniera molto ridotta, per fortuna - sopravvive in realtà chiuse, non ravvivate dalla possibilità di confronto, da un liberarsi dello stereotipo per cui se sei maschio puoi tutto. E cambiare a colpi di cultura non è una metafora: se sai, se conosci, possiedi strumenti straordinari di difesa, puoi replicare con cognizione di causa, puoi far valere il tuo punto di vista, puoi esercitare il diritto del contradditorio, puoi rivolgerti a strutture adeguate, puoi lavorare e dunque provvedere a te senza elemosinare niente a nessuno, puoi dotarti di strumenti che amplino le tue mete, le tue prospettive di futuro. È lo studio, la conoscenza, la lettura, la bellezza che ti fa più ricco e dunque più consapevole del tuo valore, è il possesso di un vocabolario ampio che ti permette di ampliare la tua visuale: si pensa in base al numero di parole che si possiede (dice Umberto Galimberti): quanto più limitato è il tuo vocabolario, tanto più limitato è il tuo pensiero».

Il femminismo, ammesso che esista, ancora… ha esaurito il suo ruolo?

«È cambiato. C’è un femminile a tutto tondo che prevale, un valorizzare ambiti di militanza - non solo politica - che include il maschile, in una armonizzazione delle diversità che permette risultati a misura di tutti».

Tracotanza. Sete di potere. Disprezzo delle regole. Incapacità di relazionarsi. Negazione dei diritti. Perché nel 2021 siamo ancora qui a interrogarci sul perché essere donna continua a essere pericoloso?

«Perché c’è un retaggio antico che non si è riuscito a spezzare, che è appunto quello del voler possedere: “Tu sei mia e basta”. C’è un desiderio di sopraffare ragazze sempre più libere, sempre più forti ed emancipate: certi uomini non sono in grado - forse più di prima - di gestire le loro inadeguatezze, le loro fragilità, il loro sentirsi minus di fronte a esseri che per secoli sono stati considerati inferiori, e quindi un voler piantare bandiere di possesso in terre che di possessori e occupatori e usurpatori non ne possono più».

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