Il vescovo alla città «Affidiamoci a Dio per uscire dalla crisi della natalità»

L’inverno demografico finirà con una conversione culturale «Ogni figlio che nasce è un bene per la società intera»

REGGIO EMILIA. Una riflessione sul crollo della natalità, che lui definisce “inverno demografico”. È di questo che il vescovo Massimo Camisasca oggi, giorno della celebrazione del patrono di Reggio, San Prospero, parlerà alla città nel discorso ai cittadini, che verrà anche pubblicato per l’occasione. «La questione della denatalità – afferma il vescovo – non riguarda semplicemente la necessità di “far quadrare i numeri”. Essa ha piuttosto a che fare con la possibilità di un Paese e di una cultura, una civiltà, un popolo, di rigenerarsi, di sfuggire alle sabbie mobili della propria storia. È il parametro su cui si misura la nostra positiva capacità di protenderci al domani con fiduciosa apertura, e dunque di creare e costruire».

Rilasciati nei primi mesi del 2021, i dati Eurostat sui nuovi nati (aggiornati al 2019) offrono una fotografia impietosa del Vecchio Continente: il numero annuale di nascite va dai 4,68 milioni del 2008 ai 4,17 milioni del 2019. Sempre nel 2019, il tasso di fecondità totale si è attestato su un valore medio di 1,53 figli per donna: un valore insufficiente rispetto a quello, di poco superiore a 2, ritenuto il minimo necessario in ordine al mantenimento della popolazione e al ricambio generazionale. In questo quadro, l’Italia figura come fanalino di coda: da alcuni anni siamo tra gli ultimi in Europa per numero medio di figli per donna (1,27 nel 2019 sceso a meno di 1,2 nel 2020). Nel giro di un decennio il numero annuo di neonati si è ridotto di un terzo: da 577mila nascite nel 2008 alle 404mila del 2020, anno cruciale per l’andamento demografico anche a causa della situazione pandemica. «In realtà – sostiene il vescovo – la pandemia ha evidenziato e accelerato un andamento demografico che era già strutturale, e che ha modificato enormemente la fisionomia del Paese nel corso dei suoi 160 anni di vita. Dal 1977 il numero medio di figli per donna è sceso definitivamente sotto la soglia delle due unità».


Il vescovo ritiene che la crisi della natalità abbia a che fare «col modo in cui concepiamo Dio, la nostra condizione di creature, il nostro rapporto con lui e con ogni cosa. La nostra epoca ha infatti escluso consapevolmente Dio dalla scena del mondo e dalle vite degli uomini».

Fino alle soglie della modernità, afferma il vescovo, «la presenza di Dio rientrava tra i fattori di comprensione della realtà». Poi, almeno da cinquecento anni a questa parte, si è affermata «una visione “tecnico-strumentale” della ragione, ridotta gradualmente a sguardo operativo e manipolatorio sulle cose. In tale prospettiva la conoscenza degli enti è funzionale al loro dominio. La ragione si vota interamente allo studio del finito, e in quel campo si pretende onnipotente – destinata cioè a svelarne nel tempo ogni residuo segreto. È, questo, il leitmotiv di certo razionalismo, dell’illuminismo, del positivismo, dello scientismo oggi imperante. Una ragione così intesa “disincanta il mondo”: la domanda metafisica circa il senso delle cose e dell’esistere è rifiutata come “irrazionale” e “insignificante”. Dio stesso viene espulso dalla comprensione del mondo, confinato nella sfera del sentimento, del “privato”. Se anche c’è, non c’entra: non c’entra con la vita, con il sapere, con le grandi questioni che agitano l’umanità».

Il tema della natalità, dice poi, presenta evidenti ricadute politiche, che possono essere concepite sotto diversi profili. «Occorrerebbe un rovesciamento di mentalità, centrato sul riconoscimento della famiglia e della sua priorità sociale». Ossia «incentivi e sussidi, predisposizione di spazi economico-fiscali che aiutino le famiglie, e una conversione culturale e strutturale delle aziende» che dovrebbero esprimere la convinzione profonda che «ogni figlio che nasce è un bene per tutti, per l’intera società, e non solo per il suo nucleo familiare. Occorre educare a una cultura della natalità a tutti i livelli, che passi per una rinnovata consapevolezza circa le condizioni e i caratteri del bene comune».

Camisasca cita infine Leopardi, «si chiedeva: Ma perché dare al sole, / perché reggere in vita / chi poi di quella consolar convenga? La certezza della positività della vita, fondata sulla vittoria definitiva di Cristo sul male e sulla morte, è l’unica risposta a questa domanda. La gioia che nasce da essa, testimoniata da tante famiglie delle nostre comunità, è in fondo la sola e più convincente ragione che rende desiderabile e perfino necessario mettere al mondo dei figli».

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