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Femminicidio di via Patti, l’omicida prima ha tentato di strangolarla poi l’ha stuprata quando era priva di sensi

Mirko Genco resta dietro le sbarre. Lucido e imprevedibile: voleva un figlio da Cecilia e subito dopo l’ha eliminata

REGGIO EMILIA. Ha stuprato una donna «praticamente priva di sensi». Lo ha sancito il gip Silvia Guareschi all’indomani dell’udienza di convalida del fermo di Mirko Genco, 24 anni, l’assassino che nella notte tra venerdì e sabato nel parco di via Patti ha sgozzato Juana Cecilia Hazana Loyza, 34enne madre di un bimbo di due anni. Il reo confesso è accusato di omicidio volontario aggravato (le aggravanti consistono in futili motivi, recidiva dello stalking e minorata difesa della vittima) e di violenza sessuale.



Martedì il giudice si era riservata sulla richiesta di misura cautelare avanzata dal pm Maria Rita Pantani, mentre l’avvocato difensore Alessandra Bonini si era rimessa a giustizia. Ieri il gip ha deciso: Genco resterà in carcere poiché «le esigenze cautelari sono massime, stante la lucidità dell’azione omicidiaria», ma il fermo non è convalidato perché non sussiste il pericolo di fuga. Una questione tecnica. Del resto nel dispositivo il giudice ha mostrato di aver valutato con grande attenzione, distinguendo i vari aspetti in punta di diritto. Nella confessione resa sabato l’omicida ha parlato di un rapporto consenziente, senza collocarlo con esattezza nel corso della serata. L’accusa, invece, colloca gli atti sessuali dopo il tentativo di strangolamento – subito dopo lui prenderà le chiavi dalla borsetta, entrerà nella casa dove dormono figlio e nonna per prendere il coltello da cucina e ritornare al parco –, quando Cecilia era a terra incosciente e indifesa.

NESSUN PERICOLO DI FUGA

Il pm ricava il pericolo di fuga dal fatto che Genco «ha vagato per moltissime ore» ed è stato rintracciato dai carabinieri solo in tarda mattinata. «Genco non si è costituito, è vero, ma è stato rintracciato nel comune dove ha commesso i fatti (ben potendo decidere di andare, ad esempio, a Parma) e il suo rintraccio è avvenuto poche ore dopo il rinvenimento del cadavere – ha replicato il gip –. Inoltre ha lasciato il coltello utilizzato per uccidere a fianco della vittima, comportamento coerente con la successiva e abbondante confessione». Coltello che equivaleva a una firma e del quale l’omicida non ha tentato di disfarsi.

LUCIDO E IMPREVEDIBILE

Sulle esigenze cautelari «i gravi indizi di colpevolezza» sono pacifici e «le esigenze cautelari sono di grado massimo». La misura della custodia cautelare in carcere, «oltre ad essere proporzionata alla gravità dei fatti e alla pena che sarà irrogata, è l’unica capace di proteggere la collettività da una personalità nella quale spiccano impulsi così contrastanti e imprevedibili da non poter essere contenuti con misure di minore afflizione. Non può sostenersi che la morte di Cecilia» sia sufficiente a estinguere il pericolo di reiterazione, in quanto l’imputato ha «una personalità capace di esprimersi ancora a fronte di occasioni difficilmente verificabili».

Un uomo che pare agire con lucidità, ma al contempo capace di reagire in modo sorprendente: da un lato definisce Cecilia «la donna della mia vita» ed esprime nel parco il desiderio di legarsi per sempre a lei «mediante il concepimento di un bambino» e subito dopo decide di sopprimerla.

Una personalità con una violenza sottotraccia (derivante dal suo passato e dall’aver visto, quando aveva diciotto anni, la madre ammazzata a suon di pugni e calci dal compagno tunisino, mai estradato in Italia) che potrebbe riemergere all’improvviso.

PERIZIA PSICHIATRICA

Nella richiesta di custodia cautelare il pm Pantani ha messo le mani avanti, cercando di “anticipare” la difesa che punterà su una perizia psichiatrica: perciò il pm ha sottolineato il pericolo di «cadere nell’errore della cosiddetta psichiatrizzazione dell’indagato». Il gip ha replicato: «Si ritiene che qualsiasi accertamento non possa certo corrispondere a un errore ma anzi è funzionale ad evitare tale errore».

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