Beretti: «Il giudice applica la legge Non può sapere ciò che accadrà»

reggio emilia. «Un giudice non ha poteri di chiaroveggenza». Così la presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti ha replicato al vespaio – scatenato da più parti e assurto a caso nazionale – su come sia stato possibile che l’assassino del parco di via Patti, Mirko Genco, comparso tre volte davanti ai giudici reggiani per stalking, fosse libero grazie a un patteggiamento di due anni (pena sospesa) subordinato all’accettazione di un percorso di recupero.

La dottoressa Beretti ha affidato a una nota la difesa dell’operato dei giudici finiti sotto accusa per essersi occupati del fascicolo Genco il 5 settembre, il 10 settembre e il 3 novembre: Chiara Alberti e Donatella Bove, quest’ultima ha ratificato il patteggiamento accordato dal pm Piera Giannusa del 3 novembre, che ha restituito la libertà al giovane. Analizzando la vicenda «ricordo a me stessa che il legislatore prevede che la misura carceraria possa essere applicata solo quando ogni altra misura cautelare risulti inidonea».


«Ciò che è accaduto in ambito giudiziario non è altro che ciò che accade in decine e decine di processi per reati analoghi: i pubblici ministeri e i giudici applicano la legge, applicano misure cautelari calibrando le scelte a seconda del caso concreto, condannano alla pena che pare equa in relazione al caso sottoposto al loro vaglio. Subordinano la pena alle condizioni previste dal legislatore».

«Un giudice non può sapere ciò che accadrà dopo, alla luce dell’imprevedibilità delle reazioni umane», si legge nella nota.

«Le valutazioni che un giudice è chiamato a compiere devono essere le stesse per tutti: comprensione del contesto, accertamento del fatto, applicazione della norma. Diversamente si dovrebbero prevedere categorie di autori per i quali i principi costituzionali non sono applicabili e, questo, è contrario a un sistema penale di una società liberal democratica».

Genco era «persona priva di precedenti penali. I giornali riportano di una precedente segnalazione per atti persecutori della quale, però, non vi è traccia nel fascicolo processuale. È stato sottoposto a misura cautelare, è stato condannato (gli è stata applicata la pena di due anni di reclusione), aveva iniziato la frequentazione di un centro di recupero, condizione necessaria per poter avere la sospensione della pena».

Beretti non ha nascosto che «ciò che è accaduto è gravissimo: la soppressione di una vita da parte di un altro essere umano è quanto di più grave possa esservi».

Ma, ha proseguito la presidente, «da qui a cercare responsabilità, capri espiatori o gettare fango su chi altro non ha fatto che applicare la legge – come accade ogni giorno nei tribunali per fatti del tutto analoghi e che nella stragrande maggioranza dei casi con epiloghi del tutto differenti – credo che ce ne corra».

Il discorso, ha concluso Beretti, sarebbe molto lungo perché «far comprendere cosa significhi davvero il mestiere di giudice, cosa ci sia dietro a ogni decisione, quale sia il travaglio che accompagna ogni provvedimento, mi rendo conto che sia impresa sempre più ardua».

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