Femminicidio di via Patti, la madre dell’assassino fu uccisa dal convivente

La mamma di Genco massacrata in casa a Parma nel 2015


REGGIO EMILIA. Uccisa dal suo convivente. Mirko Genco, il 24enne di Parma fermato con l’accusa di aver ucciso Juana Cecilia Hazana Loayza, la 34enne trovata sgozzata sabato mattina nel parco della Polveriera di via Patti, è figlio di una vittima di femminicidio. Un atroce delitto, costato la vita a sua madre, Alessia Della Pia, uccisa il 6 dicembre 2015 nella casa del palazzo dove viveva, in via dei Bersaglieri a Parma. Del delitto è accusato l’ex convivente tunisino Mohammed Jella, oggi 34enne, autore di quello che venne descritto come un martirio ai danni della sua vittima. Jella, che subito dopo la morte della convivente si diede alla fuga, venne catturato nel suo Paese di origine nel 2017, dopo una latitanza durata 18 mesi. E su di lui, dopo la cattura, dalla Tunisia è stata respinta la richiesta di estradizione avanzata dalla Stato italiano. Un omicidio maturato in un clima di violenti litigi domestici, con un movente mai del tutto definito, che oscillava fra gelosia e droga. Il tunisino, in ogni caso, venne accusato di un reato pesantissimo: omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà.

La 39enne madre di Genco - che allora aveva poco meno di 20 anni – venne colpita ripetutamente con calci, pugni e persino con un mattarello. E secondo le indagini dell’epoca, coordinate dal pm, Andrea Bianchi, l’assassino arrivò a staccare un’asta di ferro dalla tenda di una finestra di casa per accanirsi sulla sua compagna, malmenata per tutto l’appartamento: un alloggio gestito da Acer, dove Alessia si era trasferita dall’ottobre precedente. La vittima, secondo quanto accertò il medico legale, riportò traumi al volto, alla testa, alla schiena, ai glutei, alle cosce, alle ginocchia. Gli incisivi le saltarono. E l’assassino le schiacciò brutalmente il corpo, provocandole la lesione fatale. Una mattanza che secondo l’accusa Jella ha tentato di nascondere, pulendo pavimenti, mobili e pareti. Avrebbe provato anche a bagnare la sua vittima, forse in un tentativo estremo di rianimarla che venne interpretato anche come un probabile ulteriore atto di crudeltà, immergendo il suo corpo nella vasca da bagno per affogarla. Nella scena del delitto, il sangue era dappertutto, come emerse attraverso il luminol spruzzato dal Ris qualche giorno dopo.

Jella venne visto da un vicino mentre trasportava la compagna fuori dall’appartamento. Ed è sempre il tunisino che alle 12.38 chiamò il 118 dicendo: «La mia compagna sta male, abbiamo bisticciato». All’arrivo dei soccorritori, indicò il corpo della donna nell’androne del palazzo. Pochi secondi dopo, girò l’angolo e si diede alla fuga.

Una lunga latitanza con una carta d’identità falsa, disseminando tracce sui social, fino alla stretta decisiva, arrivata grazie a una collaborazione non proprio facilissima fra carabinieri e forze dell’ordine tunisine, con l’attivazione del servizio di cooperazione internazionale. Un percorso che si concluderà con la mancata estradizione. L’arresto porta la data del maggio 2017, in quella Tunisia dove Jella sarebbe dovuto essere anche il giorno del delitto. Dal 14 settembre 2015, ovvero poco meno di due mesi prima dell’omicidio, su Jella pendeva un ordine di espulsione del questore di Ferrara. Un provvedimento firmato 24 ore dopo la sua scarcerazione dal penitenziario ferrarese, dove aveva finito di scontare una condanna per rapina, all’epoca l’ultimo reato di una serie di precedenti a suo carico.

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