«Juana Cecilia è stata uccisa due volte dall’orco e dalla legge che non l’ha difesa»

Massiccia partecipazione alla manifestazione in ricordo della vittima del delitto. Il sindaco: «Qualcosa non ha funzionato»

REGGIO EMILIA. «Cecilia è stata uccisa due volte: dall’orco e dalla legge, che non è riuscita a proteggerla». Si è limitata a dire queste poche parole – che pesano come un macigno – Anna, amica di Juana Cecilia Hazana Loyza, prima di unirsi alle altre donne in marcia. La manifestazione – promossa da Non Una Di Meno, Nondasola e Donne in Nero per rendere omaggio alla memoria della povera Juana Cecilia e per esprimere lo sdegno collettivo di fronte all’ultima vittima della violenza di genere – ha visto una folta partecipazione: oltre un centinaio le persone, in preminenza donne semplici cittadine, ma anche sindacati e autorità. Dal sindaco di Reggio, Luca Vecchi, all’assessore alle Pari Opportunità, Annalisa Rabitti fino agli amministratori dei Comuni della provincia. E poi: il presidente del consiglio comunale, Matteo Iori, il presidente della Provincia, Giorgio Zanni, esponenti Cisl e Cgil, la consigliera regionale di centrosinistra, Stefania Bondavalli, l’assessore regionale all’Agricoltura, Alessio Mammi, la segretaria uscente Pd, Gigliola Venturini, la senatrice Pd, Antonella Incerti, la consigliera regionale Pd, Roberta Mori, da sempre in prima linea su queste tematiche e Federico Amico, consigliere regionale Er Coraggiosa e presidente della Commissione Parità e Diritti delle persone della Regione.

«Abbiamo tante domande, ma oggi non è il giorno delle risposte. Occorre prenderci del tempo per riflettere», hanno premesso Silvia Iotti e Carmen Marini, presidente e vicepresidente di Nondasola, da sempre in prima linea nella gestione del Centro antiviolenza, che si sono affidate alla lettura di un messaggio. «Sono almeno trent’anni che le donne parlano di umiliazioni, botte, stupri, paura, rabbia, vergogna alle donne che le accolgono nei Centri antiviolenza. Sono almeno trent’anni che questi loro racconti sono stati portati alle istituzioni, nella rete, ai Tavoli interistituzionali. Sappiamo che riconoscere la violenza fa male», così come fa male «tornare alla pervasiva ingiustizia di un sistema costruito tutto in funzione degli uomini. L’impunità delle violenze rappresenta di per sé un problema e contribuisce a perpetrare il senso di onnipotenza degli autori (alcuni autori) – ha proseguito il messaggio – Rispondere in modo appropriato alla domanda di giustizia e protezione delle donne vittime di violenza è necessario per un pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza di tutti e tutte». Il corteo, aperto dallo striscione Nondasola «Perché la mia libertà ti fa paura?», è partito nel parcheggio di fronte alla piscina di via Melato per snodarsi, in un lungo serpentone, fino al parco di via Patti.


«Una sentita e necessaria mobilitazione, visto che la violenza sulle donne si è ripetuta con una frequenza inaccettabile – ha dichiarato il sindaco Vecchi – Non credo basti semplicemente incrementare la durezza delle pene, piuttosto c’è da riflettere su come una legislazione che gli addetti ai lavori hanno sempre ritenuto all’avanguardia non sia adeguata a proteggere le donne vittime di violenza». Una morte annunciata? «Non la metterei in questi termini, ma di certo lo stato di diritto e il nostro sistema, non solo a Reggio, non ha funzionato». La meta ultima del corteo a piedi, sorvegliato da agenti in borghese della Digos, è stato il luogo del delitto: il parco di via Patti, poco più che un fazzoletto verde. Su una panchina, accanto a fiori, lumini e il messaggio affisso «Non è questo il modo di andarsene. Riposa in pace Juana Cecilia Hazana Loyza», una miriade di reggiane ha deposto i fiori bianchi tenuti in mano dalla partenza, sfilando con compostezza e lasciando un omaggio. I partecipanti alla manifestazione si sono disposti in semicerchio e, dopo un minuto di raccoglimento accovacciati sul prato, si sono alzati all’urlo «Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce». Un urlo ripetuto tre volte, quasi ad esorcizzare il ripetersi di crimini del genere.

Ambra Prati

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