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Minaccia l’ex di sfregiarla con l’acido: condannato

La donna non si è costituita parte civile e ha ritirato la denuncia: in aula aveva già confermato gli atti persecutori

Reggio Emilia. È partito nell’ottobre 2020 come un processo a tinte forti: alla sbarra un rumeno 32enne accusato di stalking dalla compagna connazionale (dalla relazione è nata una bimba), con tanto di foto inviate sul telefonino dell’ormai ex convivente raffiguranti donne dai volti deturpati dall’acido, come per annunciarle una fine simile.

Rapporto ora diverso


Ma con il trascorrere del tempo le cose fra i due sono migliorate, perché lui sente telefonicamente la figlia (hanno anche mangiato insieme) e l’ex compagna non solo non si è costituita parte civile nel processo, ma ha pure ritirato la denuncia, anche se mesi or sono nella deposizione aveva confermato gli atti persecutori subiti ed ora, a quanto pare, scemati fino al punto da poter impostare un rapporto sereno e non più conflittuale.

Una storia che l’accusa colloca come inizio nel 2017, in Romania. Una coppia giovane che però sbanda ben presto, con lui che non esitava a chiedere continuamente soldi, ma soprattutto ad alzare le mani – anche in presenza della bimba – schiaffeggiando la compagna, sputandole addosso per poi ripeterle «Vedrai cosa ti faccio». Inevitabile la separazione e l’ex convivente che cerca di rifarsi una vita nella nostra città. Invece – secondo la procura – è un crescendo di minacce, anche di morte. Il telefonino sarebbe lo strumento per fare pressione.

La discussione in aula

Atti persecutori che ieri hanno portato alla richiesta di una condanna a 9 mesi di reclusione (il fascicolo è della pm Maria Rita Pantani).

Da parte sua la difesa – cioè l’avvocato Alessandro Magnani che ha sostituito la collega Elisabetta Strumia – ha puntato, nell’arringa, alla derubricazione dell’imputazione in minacce, restringendo poi il campo delle vicende al giugno 2018, cioè prima dell’entrata in vigore del Codice rosso. Un inquadramento più ridotto che nel ragionamento difensivo significa richiesta del minimo della pena e sospensione condizionale sempre della pena (cosa non possibile se fosse applicabile il Codice rosso). Infine il difensore ha sollevato dubbi sui contatti telefonici ricevuti dalla donna: «Non sono riferibili al mio assistito, si tratta di utenze estere sconosciute». Dalla camera di consiglio il giudice Michela Caputo è uscita con una sentenza di condanna a 6 mesi di reclusione, ma con pena sospesa.

L’imputato (incensurato) non è presente – dovrebbe trovarsi all’estero – e per lui, sempre ieri, sono cadute anche le misure restrittive, cioè il non poter avvicinare la donna e nemmeno dimorare nella nostra provincia.

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