Sei donne l’accusano di violenza sessuale: «Ci offriva un lavoro ma era una trappola»

Il giudice Simone Medioli Devoto

Il 37enne è fuggito e se resta latitante cadono 5 imputazioni. É a processo per un solo caso. Lei: «Mi violentò sul divano»

REGGIO EMILIA. È accusato di essere uno stupratore seriale che con la stessa tecnica (finge di trovare un lavoro alle sue vittime, poi le attira a casa sua in centro a Reggio Emilia per violentarle) avrebbe preso di mira sei giovani connazionali.

Stiamo parlando del nigeriano 37enne Stanley Agbaegbe, ben inserito nella sua comunità e che fra il 2016 e il 2019 sarebbe diventato l’incubo di diverse donne, forse nemmeno tutte rintracciate secondo gli investigatori, perché non l’hanno denunciato per la vergogna o per non cadere in eventuali vendette. Nel frattempo lui si è fatto di nebbia, pende un provvedimento d’arresto mai eseguito perché latitante.

E proprio perché divenuto un “fantasma”, se non avverrà in tempi brevi una sua certa individuazione con relativa nomina di un difensore, ben cinque delle sei accuse di violenza sessuale (datate fra il 2017 e il 2019) sono destinate – per legge – ad estinguersi. Ieri, infatti, è solo partito il processo in cui Agbaegbe risulta nei guai per stupro e lesioni: iter giudiziario possibile perché nel 2019, quando la ragazza nigeriana che l’accusa è stata sentita in un incidente probatorio (durato tre udienze), il 37enne si aggirava per il nostro tribunale ed era stato identificato anche se non era mai entrato in aula, comunque rappresentato dal difensore che presentò una memoria per replicare all’imputazione.

Solo dopo diventerà latitante, mentre in quelle tre udienze la giovane ha confermato le accuse. Lei nel 2016 – poco più che ventenne – era accolta in una comunità di Modena, nel contesto di un progetto del Comune che protegge chi può finire invischiato nel fenomeno della tratta a scopo di sfruttamento sessuale (le giovani vengono schiavizzate e costrette a prostituirsi). Ebbene, la ragazza ha raccontato di essere stata agganciata dal connazionale con la promessa di un lavoro in un caseificio reggiano (per la pm Piera Giannusa era tutto inventato). Il 7 novembre di cinque anni fa la ragazza da Modena si sposta nella nostra città e viene attirata da Stanley – con la scusa che il datore di lavoro è in ritardo – nel suo appartamento di via Emilia Santo Stefano.

E lì sarebbe scattata la violenza sessuale: lui diventa aggressivo, l’afferra per il giubbotto, la spinge sul divano, le sfila a forza i leggins e gli slip, le mette contro il viso un cuscino per bloccarne le urla, poi la stupra. La ragazza sarà poi medicata per ferite giudicate guaribili in tre giorni. Un’aggressione a sfondo sessuale interrotta solo dalla fuga della giovane che con il cellulare riesce a fotografare l’esterno dell’abitazione e il campanello dell’appartamento in cui era scattata la trappola. Immagini risultate decisive per le indagini. Da allora la giovane nigeriana si è rifatta una vita, ha un fidanzato e vive altrove. Si è costituita parte civile nel processo tramite l’avvocatessa modenese Valeria De Biase: «La mia assistita è caduta nella trappola di un fantomatico contratto di lavoro – spiega al termine il legale di parte civile – da parte di un connazionale insospettabile, con diversi contatti nella comunità nigeriana, che parla bene l’italiano e sa muoversi. Nell’incidente probatporio lei ha confermato tutto». Si torna in aula fra quattro mesi: verranno completate le testimonianze e dovrebbe essere emessa la sentenza.

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