«Giovanardi usò un tono intimidatorio Era a conoscenza di informazioni segrete»

Il colonnello Cristaldi ricostruisce l’incontro al bar e i legami del senatore con Ventura: «Il vice prefetto mi imbarazzava»

Francesco Dondi

REGGIO EMILIA. «Ho lavorato in territori dall’alto indice criminale, ma un contesto così imbarazzante, con un senatore della Repubblica che si interessa di un tema segreto, non mi era mai capitato». Parola di Domenico Cristaldi, colonnello dei carabinieri, nel 2014 comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Modena e coordinatore dei filoni di inchiesta nati da Aemilia, compreso quello sulle white list del terremoto. Ieri Cristaldi è stato testimone in tribunale a Modena, dove si sta svolgendo il processo a carico di Carlo Giovanardi, della famiglia Bianchini e di vari funzionari di Stato. La sua deposizione è stata particolarmente significativa nel circoscrivere alcuni dei legami contestati dalla procura, rappresentata dai pubblici ministeri Giuseppe Amara e Monica Bombana. A partire dalle minacce al corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato, di cui è accusato il senatore.


Cristaldi ha ricostruito il primo e unico incontro avuto con il politico, che in quel periodo tanto si stava spendendo contro il sistema amministrativo delle white list e in particolare per la famiglia Bianchini, già estromessa con la Bianchini Costruzioni e ormai esclusa anche con la Ios, la società aperta dal figlio. «Insieme al comandante provinciale Stefano Savo – racconta il colonnello Cristaldi – andammo a un incontro con il senatore Giovanardi in un bar del centro di Modena. Fu quasi un monologo del senatore, ho avuto quasi la sensazione che l’Arma fosse sul banco degli imputati. Doveva parlarci di white list ma a lungo la sua discussione si concentrò sulle vicende di Bianchini. Chiese perché un figlio non poteva lavorare a causa del padre. La stessa domanda ce l’aveva posta il vice prefetto Ventura tre giorni prima. Capii che c’era un collegamento. Giovanardi conosceva la proposta del gruppo interforze di diniego di iscrizione alla white list della Ios ma era un dato segreto, qualcuno aveva violato quel segreto istruttorio».

L’ufficiale dei carabinieri ha più volte posto l’accento sul tono utilizzato dal senatore Giovanardi. «Eravamo in un bar di Modena, io e il comandante Savo eravamo in uniforme, è stata una situazione imbarazzante e fastidiosa. Mi guardavo spesso in giro per vedere se gli avventori del locale fossero incuriositi dal tono di Giovanardi. Parlava ad alta voce, sopra le righe, aveva un atteggiamento perentorio, deciso. Disse che sarebbero stati fatti degli esposti in procura per accertare chi aveva espresso valutazioni contro Bianchini. Era un tono intimidatorio».

La convinzione che tra Giovanardi e la prefettura vi fosse un collegamento, attraverso l’ex vice prefetto Mario Ventura, Cristaldi la colloca al 30 gennaio 2015, due giorni dopo gli arresti di Aemilia.

«Avevo avuto dei sospetti durante l’incontro al bar – ammetterà il colonnello dell’Arma – e anche nel corso delle riunioni vedevo Ventura molto attento alle vicende della famiglia Bianchini, ma quel giorno mi invitò nel suo ufficio. Aveva capito che indagando su Bianchini avevamo registrato anche delle telefonate che lo vedevano protagonista insieme al senatore Giovanardi e voleva sapere qualcosa, mi disse che a “Carlo non poteva dire che non sapeva nulla”. Lui era rosso e preoccupato, io invece ero molto imbarazzato per quella domanda ben sapendo cosa avevamo scoperto nei rapporti sulle white list».

Come avvenne già il 17 ottobre 2014 subito dopo l’incontro con Giovanardi, anche in questo caso fu fatta un’annotazione di servizio su quanto accaduto e inviata alla direzione distrettuale Antimafia. Nel tardo pomeriggio i magistrati Beatrice Ronchi e Marco Mescolini arrivavano in prefettura a Modena per aprire il nuovo filone di Aemilia, quello sulle white list e i funzionari della prefettura.

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