«Se suona il campanello mio figlio ha ancora paura che qualcuno lo porti via»

REGGIO EMILIA. «È presto per esprimere soddisfazione, ma spero che le persone che ci hanno fatto del male paghino. Mio figlio è tornato a casa e sta bene, ma ancora oggi, quando suona il campanello, si spaventa perché pensa che qualcuno potrebbe portarlo via». A parlare è un papà straniero di 54 anni - con un lavoro stabile, ben inserito e residente in un Comune della Val d’Enza da oltre dieci anni - che, assistito dall’avvocato Gianluca Tirelli, si è costituito parte civile. Il suo caso non rientra tra quelli contenuti nell’ordinanza originaria di Angeli & Demoni («non ho mai avuto a che fare con Foti»), tuttavia la sua è una delle otto famiglie che hanno presenziato alla sentenza. Il fascicolo è stato trattato da Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli, l’assistente sociale Annalisa Scalabrini e la psicologa Federica Alfieri, tutti rinviati a giudizio. «Io e mia moglie abbiamo subìto l’allontanamento del nostro unico figlio sulla base di un disegno che prefiguravano violenze domestiche in realtà mai avvenute. Sono stato accusato di essere un violento nei confronti di mia moglie e di mio figlio. È stato un periodo bruttissimo, pieno di ansia», ha riassunto il padre. Come ha raccontato il genitore, affiancato dal legale, tutto è nato da un disegno realizzato dal bimbo, all’epoca di 6 anni, a scuola: il disegno raffigurava una giraffa e un uccello nero. Le maestre hanno allertato i Servizi sociali, che hanno svolto approfondimenti e rinvenuto, a loro dire, una situazione familiare non idonea. Secondo la relazione dei Servizi l’abitazione era trascurata e sporca (un’accusa ricorrente, rivelatasi infondata); sarebbe emersa scarsa cura nell’igiene del piccolo e nella frequenza alle visite pediatriche (circostanza smentita dal medico curante); infine il passato del padre - con un precedente penale datato e descritto come aggressivo - non deponevano a favore della permanenza del minore in famiglia. Si è avviato l’iter: un giorno del 2018 il bimbo è stato prelevato e la mamma, sorpresa e incredula, ha deciso di seguire il figlio per non lasciarlo solo, accettando di essere accompagnata insieme a lui in una località protetta con il divieto di contattare il marito, sebbene la mamma abbia sempre negato di essere stata maltrattata.

«Quando il padre ha ricevuto la notifica del Tribunale dei Minorenni si è rivolto a me e ci siamo attivati subito – ha spiegato l’avvocato Tirelli –. Di penalmente rilevante, a suo carico, c’era una guida in stato di ebbrezza. E, nelle memorie difensive e nei documenti depositati, abbiamo dimostrato in modo inequivocabile che l’abitazione era assolutamente idonea e che, a parte quella segnalazione scolastica, non sussistevano altri elementi di criticità». Dopo sei mesi di lontananza forzata il Tribunale dei Minorenni ha disposto il rientro in famiglia del minore. «Era felicissimo. Nostro figlio ha sempre dichiarato di voler tornare a casa, ma nessuno lo ha ascoltato. Un giorno estranei sono venuti a prelevarlo e lo hanno costretto a cambiare ambiente, scuola e amici – ha spiegato il papà –. Siamo stati divisi senza un perché». Il genitore sa che potrebbero passare anni prima di ottenere una sentenza definitiva. «Non mi interessa, voglio giustizia». «Il mio cliente – ha aggiunto il legale – si è costituito parte civile perché vuole che sia tolto ogni dubbio sulla sua capacità di essere un buon marito e un buon padre; pretende il ristoro di un danno che, per chi vive quella situazione sulla sua pelle, è incalcolabile».


Am.P.

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