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Val d'Enza, Fabbiani si difende in aula per 5 ore «Sono assolutamente innocente»

Tito Fabbiani a processo

L’ex comandante della polizia locale dell’Unione Val d’Enza è alla sbarra per la gestione del corpo



MONTECCHO. «So di essere assolutamente innocente». Si è difeso con le unghie e con i denti Tito Fabbiani, l’ex vicecomandante della polizia municipale Val d’Enza al centro dello scandalo che ha decapitato i vertici del corpo.


LA LUNGA DIFESA

Ieri, nel corso dell’udienza davanti al collegiale presieduto dal giudice Cristina Beretti, Fabbiani è stato protagonista assoluto di un esame dell’imputato – voluto dai difensori Gabriele Riatti e Giulio Garuti, che l’hanno fatto deporre per primo – durato quasi cinque ore, nelle quali l’ex vicecomandante ha esposto la sua verità, a ruota libera e senza contraddittorio visto che il controesame si terrà nella prossima udienza.

L’indagine, condotta dai carabinieri e coordinata dal pm Valentina Salvi, risale all’estate 2018, quando è stata scoperchiata una gestione personalistica da parte dell’allora vicecomandante, che avrebbe spadroneggiato all’interno del comando di Montecchio soprannominato ironicamente “casa Fabbiani”. Alla sbarra sono finiti Tito Fabbiani (ritenuto al centro degli illeciti e accusato di induzione indebita a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, truffa e maltrattamenti), la compagna e agente Annalisa Pallai (per truffa, sempre presente in aula) e il comandante Cristina Caggiati (per abuso d’ufficio in concorso e omessa denuncia). «Finora abbiamo hanno sfilato oltre quaranta testimoni dell’accusa, riferendo varie circostanze – hanno dichiarato i legali – Ci è sembrato opportuno che l’interessato replicasse punto per punto. Depositeremo tutta la documentazione a sostegno delle nostre tesi». Fabbiani, in una maratona durata dalle 9.45 alle 14 intervallata da richieste d’acqua, è parso preciso e puntuale nel citare date ed episodi. Sull’accusa di induzione indebita, cioè quell’appartamento in sua disponibilità, l’ex vicecomandante ha spiegato: «Ho sempre pagato affitti e bollette, chiedevo il contratto, ma il padrone di casa, sul quale non ho fatto pressioni, non ha mai voluto sottoscriverlo». Sull’abuso d’ufficio per aver utilizzato l’auto pagata dall’Unione, l’ormai nota Mazda CX3, come se fosse sua, Fabbiani si è dilungato: «Abbiamo sempre avuto le Mazda perché quel modello piaceva all’allora comandante Drigani. Il seggiolino? Non l’ho mai montato. I miei accusatori l’hanno descritto come rosa o marrone, mentre il mio è nero-grigio con inserti turchese. Non l’ho mai usata per motivi personali: tranne una volta, quando ho avuto la debolezza di vantarmene di far salire i miei figli che non vedevo mai per un giro, mentre mi trovavo a Castelnuovo Monti per lavoro, avvisando la centrale operativa che avrei staccato per un’ora. La vettura non aveva la livrea d’istituto perché alcune auto le usavamo per i servizi in borghese e comunque la scritte sono state apposte un anno dopo».

RESPINGE LE ACCUSE

Sulla truffa, per aver certificato la presenza in servizio pur essendo assente o dedito alla figlia, «non mi sono mai assentato. In un anno regalavo all’ente 40 giornate di lavoro». Sui maltrattamenti nei confronti dei colleghi, costretti a turni disagevoli, a pulizie e lavaggi se non erano fedelissimi, secondo Fabbiani «in un comando piccolo io stesso svolgevo queste incombenze, che non ho imposto ad altri». In conclusione, il vicecomandante si è dipinto come un dipendente modello. «Ero orgoglioso del mio lavoro. Su 23 consigli comunali dove era richiesta la nostra presenza sono andato otto volte, due volte a Canossa addirittura mentre ero in ferie» ha raccontato l’ex vice comandante. Il processo proseguirà il 29 novembre.

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