Estorsioni e usure, filo rosso tra le inchieste di ’ndrangheta

REGGIO EMILIA. C’è un’informativa su un’estorsione con annessa usura che lega l’inchiesta Grimilde – sugli affari della ’ndrangheta a Brescello e dintorni – con la più recente inchiesta “Perserverance” della Dda di Bologna, che lo scorso marzo ha fatto luce sulla riorganizzazione delle cosche dopo il maxi processo Aemilia e le operazioni illecite proseguite tra il 2015 e il 2019. La saldatura emerge da un imputato in comune, Antonio Silipo, che oltre a scontare nel carcere dell’Aquila la pena definitiva di Aemilia ha riportato in primo grado una condanna nell’abbreviato di Grimilde. A spiegarlo ieri in tribunale a Reggio il capitano della Dia di Bologna Walter Colasanti, chiamato come testimone d’accusa dal pm Beatrice Ronchi. Viene così ripercorsa una vicenda avvenuta tra il 2013 e il 2014 in cui la ’ndrangheta «affaristica» che ha preso piede in Emilia ha mostrato il suo volto più violento e brutale. Una coppia di coniugi d’origine calabrese, titolari di una ditta edile in estrema difficoltà aveva chiesto a Silipo un prestito di 50.000 euro. Il tasso di interesse usurario loro applicato fu del 21% al mese - circa il 252% annuo - per un totale di 33.900 euro. Una somma che Silipo reclamava con insistenza, con infinite telefonate, in cui minacciava di far intervenire anche i sodali del clan per il recupero crediti. «Da là in poi ve la vedete direttamente con loro, ve la vedete, perché poi io giustamente mi sono stufato di prendere cazziatoni», si legge nelle intercettazioni. Non solo. Come metodo di pagamento «alternativo», all’inizio di aprile del 2014, fu chiesto alla coppia di mettere a disposizione gratis i camion della loro azienda per trasportare a Marghera un carico di «Coils» (balle di metallo da trasformare in lamiere per l'edilizia), operazione che poi non si concretizzò per l’oggettiva impossibilità della coppia taglieggiata, che subì per questo ulteriori minacce. A chiudere la storia fu la denuncia della moglie. Insieme a Silipo sono indicati come responsabili del tentativo di estorsione anche Omar Costi (reggiano 46enne, agli arresti domiciliari) e Luigi Cagossi (69enne che vive a Reggio Emilia, libero). Entrambi sono accusati di aver emesso false fatture per giustificare crediti inensistenti, vantati nei confronti della ditta dei coniugi vessati.

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