«Ecco i lividi che aveva mio padre. Diceva di essere stato picchiato»

Lunga testimonianza del figlio dell’anziano al centro della vicenda: «Dopo l’inchiesta, ancora più caos»

CORREGGIO. «Avevamo segnalato i lividi sul corpo di mio padre. Lui diceva che era stato picchiato o stretto con forza. La coop diceva che si faceva male da solo con le sponde del letto. Ma era una persona docile e non ha mai dato in escandescenze». Marcello Gigante parla di suo padre, che non c’è più. Lo ricorda anche con una foto che mostra a giudice e avvocati, scattata dalla sorella: «Ecco la foto dei lividi» dice in chiusura della sua lunga testimonianza, fatto sedere ieri sul banco dei testi in tribunale a Reggio Emilia dagli avvocati di parte civile nel processo per presunti maltrattamenti agli anziani alla casa di riposo di Mandriolo di Correggio. Un’inchiesta che fece scalpore, con al centro inizialmente alcuni ospiti della struttura gestita da Coopselios. Fatti risalenti all’aprile 2017 e diventati di dominio pubblico nello stesso periodo dell’anno dopo, e che vedevano in origine undici operatrici indagate per minacce, maltrattamenti e violenza privata, più la direttrice 34enne per omessa denuncia (secondo l’accusa sapeva, ma avrebbe insabbiato) nei confronti di diversi degenti.

Ma nel giugno 2019, in sede di udienza preliminare in rito abbreviato, gran parte delle addette e la direttrice sono state assolte per non aver commesso il fatto, pertanto sono rimaste a processo sei operatrici per il reato di maltrattamenti nei confronti di un solo degente, l’ottantenne Arduino Gigante, il caso numero uno che ha fatto partire l’inchiesta. L’ospite nel frattempo è deceduto, così come sua moglie, colei che tutti i giorni si recava nella casa di riposo, spesso sostituita dalla figlia Stefania e altre volte dal figlio Marcello, che ieri ha reso la testimonianza. «Avevamo segnalato quei lividi e posso dire che c’era molta gente scontenta del servizio –a dichiara Gigante –. Dopo che è venuta a galla l’inchiesta, speravamo che la situazione migliorasse, e invece con quel caos è addirittura peggiorata. Assieme al sindaco di Correggio e all’Ausl abbiamo creato quindi un comitato dei famigliari per dare suggerimenti alla struttura, essendo noi presenti costantemente e conoscendo diverse problematiche. Direi però che è allucinante che fossimo noi a dire alla coop cosa fare. Le segnalazioni sono state diverse, ma il turnover era diventato incredibile dopo l’inchiesta, e nell’immediato non abbiamo trovato alcun miglioramento».


Tornando ai maltrattamenti, Gigante dice che il padre aveva certamente un «fragilità capillare e i segni su di lui erano più evidenti». Le foto che il teste ha nel telefonino vengono mostrate e una risulta inedita anche per la pm Maria Rita Pantani. Il figlio parla del letto «distante dal campanello necessario per chiedere aiuto» e del presunto stato di abbandono del padre «prima di essere pulito», come affermato da Gigante, che con la sorella si è costituito parte civile tramite l’avvocato modenese Simone Bonfante. «Fino a giugno 2017 l’ho visto sporco e almeno un paio di volte l’ho trovato completamente nudo, senza nemmeno pannolini. Lo sentivo poi urlare dalle scale, diceva “Basta, venitemi a cambiare”. Mia madre me lo avrà riferito una decina di volte. Mamma andava a riferire, ma il problema non cambiava. A tavola alle volte non si riusciva a stare con lui dall’odore di urina. Continuava a dire che voleva andare a casa».

L’avvocato di Coopselios, Gabriele Riatti, incalza Gigante: «Viste queste gravi considerazioni, come mai non avete cambiato struttura?». «Ci sono state offerte strutture non adatte per papà, o distanti troppi chilometri dalla mamma, che il dottore diceva essere fondamentale come presenza per mio padre. Pagavamo una retta da 1.300 euro al mese. Ci sono state volte che lo abbiamo trovato a letto con urine ed escrementi». Per le difese, però, l’anziano avrebbe avuto anche reazioni violente, come racconta la denuncia di un’operatrice avvenuta dopo l’emersione dell’inchiesta. «Se faceva il segno del pugno, mio padre diceva che lo faceva per difendersi quando gli facevano male».

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