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La storia di Irene, che ha scelto il tennis per superare la disabilità

Nata con una menomazione, a 14 anni ha scelto di impugnare la racchetta: «È divertente e mi piace, anche perché mi ero stancata di fare danza»

REGGIO EMILIA. Irene cerca con lo sguardo la sorella gemella Elisabetta per farsi forza ma in realtà è lei che ha coraggio da vendere. I suoi occhi tradiscono curiosità, emozione ma anche la voglia di fare, di apprendere, di conoscere tipica dei quattordicenni.

Irene affronta le giornate dell’adolescenza con la smania di vivere e poco importa della sua disabilità: è nata con il braccio sinistro formato solo fino al gomito. Ma tanta e tale è la sua voglia di vivere la vita che questa menomazione sembra quasi ininfluente. E lo sport l’ha aiutata. Dopo la danza e il nuoto, ora assieme alla sorella Elisabetta frequenta il corso di avviamento al tennis organizzato dal Circolo Tennis Poviglio.



«È divertente – rimarca – mi piace, anche perché mi ero stancata di fare danza». Incroci i suoi occhi che si illuminano quando parla del suo futuro: «Vorrei fare la ragioniera in una grande azienda. Amo la matematica ma anche il marketing». Ha iniziato questo percorso scolastico a Viadana, separandosi forse per la prima volta dalla sorella ma il suo spirito di libertà e di conoscenza si è sempre più allargato. Una filosofia di vita trasmessa dai genitori. Il concetto di “normalità” è entrato nella loro vita nel momento in cui Irene ha emesso i primi vagiti. Un percorso lungo, fatto di domande, visite da specialisti e ogni giorno si sono dovuti mettere in discussione ma alla fine di questo percorso di vita hanno capito e cercato di trasmettere a Irene un concetto ben preciso: questa è la normalità, questa è la vita che devi affrontare e vivere.

Mamma Paola, insegnante, ha tradotto questo pensiero in un tatuaggio che porta, guarda caso, sul braccio: il limite è negli occhi di chi ti guarda. Ed è proprio così perché ai loro occhi Irene è perfetta. E basta parlarle per accorgersi che la sua menomazione svanisce per far spazio agli interessi di una ragazzina che ama la vita.



Dicevamo dello sport come strumento d’integrazione ma forse è meglio dire di conoscenza. Un’esperienza ludica e di approccio. «Hanno scelto loro questa disciplina sportiva – racconta la mamma – ed è stata come sempre Irene a decidere perché è lei che fa il primo passo, poi la sorella si accoda. Per sette anni ha fatto la scuola di danza con l’Audax poi con la chiusura per il lockdown ha rispolverato l’idea del tennis. Non le abbiamo mai posto un limite: al contrario, il suggerimento è quello di provare a fare tanti sport per capire cosa le piaccia».

Ciò che stupisce in Irene è la capacità di adattare il suo corpo alla pratica sportiva e, di pari passo, gli insegnamenti dei genitori che sono complici in questa scoperta della sua vita. «Deve essere autonoma, indipendente e avere autostima – sottolinea il papà – perché verrà un giorno in cui dovrà camminare con le sue gambe, tracciare la sua strada e non sempre ci saremo noi o i suoi fratelli. Ma in questo non ho dubbi». Irene ha scelto non solo una scuola diversa dalla sorella ma anche la località. Elisabetta frequenta il liceo artistico a Reggio, Irene l’istituto di ragioneria a Viadana. «La prima idea era il Bus – rimarca Irene – poi ho optato per ragioneria, è anche più comodo».

Non è stato tutto semplice per Paola e Giuliano: molteplici i confronti medici per capire cosa fare ma, alla fine, è stato l’amore della famiglia a indicare la strada da seguire. «Alla fine di un lungo percorso ci hanno detto che Irene non ha nessuna malformazione ma è nata così e come tale va accettata. E così abbiamo fatto, adattando ogni giorno i piccoli gesti della quotidianità, cercando di far capire a Irene che va bene così. Poi c’è da superare la malizia dei bambini, la crudeltà degli adulti. Lo sport in questo ci ha aiutato, non solo per la pratica sportiva ma perché ha consentito a Irene di fare nuove amicizie. Certo, adesso inizia un altro percorso, perché siamo nella fase dell’adolescenza, ma oggi Irene ha gli strumenti, vale a dire la conoscenza del suo corpo e della sua intelligenza per affrontare la vita».

Farsi accettare per quello che sei è un altro concetto profondo e che ha il sapore della vittoria. «Sono gli sguardi degli altri bambini e degli adulti che al primo impatto provocano disagio ma poi subentra l’adattamento, la normalità delle cose. È stato così quando siamo andati al mare o in altre circostanze: Irene alla fine si è sempre fatta accettare grazie al sorriso, alla sua semplicità di ragazzina. Abbiamo sempre cercato di proiettarla nel mondo reale, di farla vivere in un contesto più ampio. La scuola è stata di grande aiuto per nuove conoscenze».

Irene vive le esperienze delle ragazzine della sua età, ha gli stessi sogni delle amiche ma per i genitori non è stato facile. «Ti vengono mille interrogativi, domande e dubbi – rimarca il papà –. Visite su visite ma poi c’è anche un aspetto che serve da stimolo per andare avanti, perché scopri realtà peggiori e dentro di te pensi: va bene così».

«Ci si mette alla prova come coppia – sottolinea Paola –. Come mamma ho fatto fatica ad accettare queste problematiche e se una persona è debole e non ha accanto un marito e un uomo vero, è ancora più dura. I dubbi ti assalgono perché alla fine poi resti da solo col tuo problema. Certo, conosci tante altre realtà, associazioni che ti possono aiutare ma alla fine è la famiglia il vero motore della vita tua e di tua figlia».

Nasce l’ansia di pensare a una protesi: «Abbiamo fatto questa esperienza ma alla fine la scelta più naturale è stata quella di lasciare fare a Irene ciò che si sente. Oggi va così poi se un domani vorrà provare l’esperienza di una protesi dovrà farlo in piena coscienza e autonomia».