«Oppido votato e Sarcone si interessa»

L’imputato eletto consigliere comunale a Cadelbosco nel 2009 e il teste riporta un’intercettazione in cui il boss chiede lumi

Tiziano Soresina

reggio emilia. Su quello conosciuto in ambito giudiziario come affare Oppido sta salendo vistosamente la tensione in aula con frequenti frizioni fra le parti, cioè l’avvocato Antonio Piccolo – che difende i due Oppido imputati (in aula è presente il figlio 45enne Domenico, non il padre 72enne Gaetano) – entra spesso in rotta di collisione con la pm Beatrice Ronchi e il testimone dell’accusa (il capitano Valter Colasanti della Dia di Bologna) che per la seconda udienza sta parlando della vicenda.


E per provare il collegamento fra Domenico Oppido ed esponenti di vertice della cosca ’ndranghetista emiliana, durante la deposizione di ieri mattina viene illustrata un’intercettazione telefonica riguardante l’imputato e Nicolino Sarcone (definitivamente condannato in Aemilia come capoclan di Reggio Emilia).

Nel giugno 2009, al telefono, Sarcone parla di un cantiere, di soldi e di preferire pagamenti in assegni, poi l’affondo riguardante le elezioni amministrative a Cadelbosco Sopra. Il boss è interessato: «Come stanno andando le cose politiche?» chiede ad Oppido che a sua volta lo rassicura. «Sembra bene».

In effetti sarà eletto consigliere comunale con 588 voti per il centrodestra (era il candidato sindaco della lista civica “Insieme per cambiare”) e siederà fra i banchi dell’opposizione.

E sempre il capitano Colasanti tira in ballo il pentito Antonio Valerio che nelle sue rivelazioni-fiume ha parlato anche dei rapporti professionali che legavano gli Oppido alla famiglia Sarcone e di un debito di 54mila euro vantato da un trio (Nicolino e Gianluigi Sarcone nonché Salvatore Procopio) nei confronti degli Oppido stessi per dei lavori effettuati in un complesso edilizio di via Zanichelli (a Reggio Emilia).

E sarebbero intercorse diverse telefonate fra il 2009 e il 2010 fra loro, perché «gli Oppido avevano dei problemi di liquidità».

Anche ieri è aleggiato, in aula, il particolare piuttosto discusso della lettera inviata nel 2010 al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (in specifico al Provveditorato di Napoli) che recava il timbro della ditta “Oppido Gaetano . srl” (con sede a Cadelbosco Sopra) e l’Iban del conto corrente bancario su cui poi era stato eseguito il pagamento degli oltre due milioni di euro che l’accusa lega alla maxi truffa allo Stato sulla base di una sentenza falsificata. Un conto con pochi soldi dentro che undici anni fa divenne di colpo milionario. Ma nell’udienza scorsa Domenico Oppido (poi raggiunto in aula dal padre) ha disconosciuto quella lettera («Non è riconducibile alla ditta») e pure la firma del padre che riporta. Un disconoscimento su cui ieri ha replicato il testimone, facendo riferimento ad una perquisizione fatta il 5 giugno 2019 negli uffici dell’azienda degli Oppido e specificatamente a quanto trovato nel computer sequestrato, cioè un file contenente un documento in carta intestata: «È presente il logo della società – rimarca il capitano della Dia – ed è un documento dell’aprile 2010, quindi di un periodo vicino a quello della lettera giunta in Provveditorato. Ebbene, è lo stesso timbro di quella lettera, si trova anche nella busta».

Il presidente Giovanni Ghini – a latere le colleghe Silvia Guareschi e Donatella Bove – chiede al teste in che modo era arrivata negli uffici ministeriali la sentenza “incriminata”: era stata notificata il 21 aprile 2010, ma di più non se ne sa.

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