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Reggio Emilia, il pronto soccorso «non verrà affidato a una cooperativa»

Anna Maria Ferrari, direttrice del Dipartimento d’emergenza urgenza dell’ospedale Santa Maria Nuova

Ferrari, direttrice del dipartimento di emergenza e urgenza: «Serve un accordo con le università per gli specializzandi»

REGGIO EMILIA. «I medici di pronto soccorso appaltati alle coop? È il rischio che si corre anche a Reggio Emilia, ma è un’ipotesi che ci vede contrarissimi perché il livello si abbasserebbe in modo drastico: qui non li vogliamo. Per sopperire alla carenza drammatica di personale stiamo cercando di trovare soluzioni alternative, come contratti con gli specializzandi universitari e corsi per medici territoriali».

Anna Maria Ferrari, direttore del Dipartimento d’emergenza urgenza dell’ospedale Santa Maria Nuova, ha confermato l’allarme lanciato da Rodolfo Ferrari presidente della Simeu (Società italiana della medicina di emergenza e urgenza), che aveva sottolineato come al pronto soccorso manca all’appello un medico su tre, tanto da mettere in discussione la “tenuta” delle strutture.

Due giorni fa il presidente della Simeu ha partecipato, insieme ad Anna Maria Ferrari, a un incontro chiesto dalla società scientifica alla Regione per fare il punto sulla situazione dei pronto soccorso provinciali, definiti allo stremo. Reggio Emilia non fa eccezione. «Eravamo in sofferenza prima del Covid, lo siamo stati a maggior ragione durante la pandemia e lo siamo tuttora – ha spiegato Anna Maria Ferrari – adesso però i nodi stanno arrivando al pettine. Siamo a un punto di non ritorno, superato il quale si rischia il ridimensionamento e la chiusura di alcuni pronto soccorso».

Poiché il pronto soccorso principale è un punto di riferimento territoriale il sipario potrebbe abbassarsi sulle strutture più piccole. «Nella nostra provincia sono chiusi i pronto soccorso di Scandiano e Correggio, dove sono attive solo le automediche. Non saprei preconizzare quanto possano reggere le altre emergenze distrettuali, siamo al limite. Manca il 30% dei medici, nonostante Reggio abbia avuto un rinforzo dalla Regione di quattordici unità». Su come si sia arrivati a questo punto, Ferrari ha elencato una molteplicità di ragioni. «Stiamo scontando errori macroscopici, compiuti parecchio tempo fa, sulla programmazione delle specializzazioni. Le specializzazioni sono sostenute tramite borse di studio dallo Stato, che per un decennio ha sottovalutato il fabbisogno dell’urgenza: per anni gli specializzandi hanno coperto appena il 20% del fabbisogno dei pronto soccorso. La pandemia ha dimostrato quanto siamo fondamentali e sono stati raddoppiati i numeri della specializzazione, ora in ripresa».

Ma i tempi di formazione restano lunghi e nel frattempo i giovani rifuggono dalla specialità. «L’anno scorso su oltre 1.200 borse di studio in tutta Italia, il 50% non ha trovato aspiranti: la metà, cioè, è stata inutilizzata». Una perdita di attrattività, anche economica, che Ferrari ha fotografato con crudo realismo.

«Se chi opera in pronto soccorso sta bene ed è soddisfatto, i giovani arrivano, se gli operatori sono stressati e non vedono l’ora di scappare in pensione, i giovani scappano. Chi aspirerebbe a un lavoro durissimo, con turni notturni massacranti, un solo weekend libero al mese e nessun guadagno extra, nella grande offerta attuale? Gli incentivi economici aiuterebbero, ma le specializzazioni più scelte sono quelle che assicurano un buon equilibrio tra lavoro e qualità della vita».

Invertire questa tendenza si preannuncia un compito arduo. La ricetta, secondo Ferrari, non può essere l’esternalizzazione. «Dopo un turno notturno un medico di pronto soccorso ha diritto a undici ore di riposo: è una tutela per il paziente, non per l’interessato. Sui dottori delle coop non c’è controllo, né formativo né orario: si tratta di colleghi che arrivano in un ospedale magari dopo aver fatto la notte in un altro. Occorre trovare soluzioni affinché il pronto soccorso possa avere personale qualificato». La speranza è riposta in «un accordo con le università affinché gli specializzandi possano entrare negli ospedali negli ultimi due anni di studi con contratti particolari, colmando la carenza di personale e al contempo completando il proprio percorso formativo»